Terrazzamenti

Loro Ciuffenna Terre Alte Valdarno

Via Setteponti: terrazzamenti coltivabili a monte della strada

Nel tratto della provinciale Setteponti, l’antica via medievale Sancti Petri e prima ancora in epoca romana Clodia, da Ponte Buriano fino a Reggello a monte del percorso stradale vi è una sequenza quasi continua di terrazzamenti che da circa 300 m. di quota della strada, salgono intorno ai 600    arrivando fino ad alcune   frazioni montane. Si può affermare senza ombra di dubbio che nei secoli scorsi, con i gradoni nudi o sostenuti da muri a secco, chiamati    in passato murelle, fu fatto un enorme lavoro di sistemazione dei terreni collinari per favorire determinati tipi di coltivazioni (olivo e vite) e dare così anche un assetto idraulico che mettesse in sicurezza il territorio. In questo percorso la parte del leone è fatta dal territorio del Comune di Loro Ciuffenna che inizia a sud dal Borro dell’Oreno, fra Castiglion Fibocchi e San Giustino Valdarno e finisce a nord al Borro di Certignano, storica demarcazione fra la diocesi di Arezzo e quella di Fiesole, che ricalcherebbe l’antico confine dei municipia romani, per alcuni studiosi antico limite fra la lucumonia etrusca di Fiesole con quella di Arezzo.  Inoltre, sempre nel comune di Loro Ciuffenna nel tratto tra Bivio Casalini e Gropina, vi è la splendida, monumentale vigna a terrazzamenti chiamata “Vigna delle sanzioni”, un esempio incredibilmente ricco di architettura povera e ingegneria contadina per alcuni versi unico in Italia. Si tratta di una vigna costruita nel 1936 alla quale a breve dedicheremo un articolo.

Terrazzamenti sostenuti da greppi nudi e terrosi o potenziati da muri a secco, sono uno dei cardini della bellezza che si può godere dalla nostra strada, che donano una sagomatura particolare alle dolci pendici che si staccano dalla montagna. Noi del Club Alpino Italiano, sezione Valdarno Superiore – Montevarchi (AR) dal 1987 percorriamo a piedi tutta l’Italia e anche l’Europa, quindi sentieri che si sfilano attraverso terrazzamenti famosi sia in patria che all’estero ne abbiamo percorsi tantissimi. Anche la nostra zona collinare ai piedi del Pratomagno rientra a pieno titolo in questo sistema a terrazze, ricco di grande razionalità architettonica, agricola e creativa costruito nel tempo   dal lavoro dell’uomo e che i nostri vecchi chiamavano, in un linguaggio un po’ arcaico e colorito   ciglioni, pianelli, preselle e qualcuno anche balzi, mai terrazzamenti, termine molto appropriato che è stato adottato solo nel secondo dopoguerra.

Sono passati 36 anni dalla grande gelata del gennaio 1985 che vide dal lunedì 7 al venerdì 11 scendere la temperatura meteo da -18 delle ore 7.00 del lunedì   a -22 delle ore 7,00 del venerdì, con l’aggravarsi di una notevole nevicata che si ghiacciò sui rami delle piante, che divennero simili a quelli dei salici piangenti.  La conseguenza fu che nella zona della Setteponti e su gran parte dell’Italia Centrale la quasi totalità   degli olivi furono bruciati dal freddo e dovettero poi a primavera essere abbattuti.  In questa situazione di disastro economico, ambientale e paesaggistico, le nostre belle colline cambiarono veramente aspetto poiché persero tutta la copertura arborea data dagli olivi e rimanendo nude per alcuni anni misero in mostra i terrazzamenti con il conseguente intuibile lavoro fatto per costruirli.

La bellezza delle nostre colline che anticipano la montagna deriva dall’utilità perché in un periodo della storia agraria toscana, nelle colline a monte della Setteponti, la mano dell’uomo ha costruito questi terrazzamenti per ricavarne pane, vino, ma soprattutto olio di oliva. La costruzione  dei nostri terrazzamenti è legata  fortemente alla  originaria coltivazione promiscua dell’olivo, pianta che   in effetti viene coltivata  ancora oggi non più in coltivazione con cereali e viti, da sola ma con  metodi che affondano le radici nella notte dei secoli passati  e  che non hanno stravolto, come successo nel paesaggio e nelle vigne del Chianti, la geometria di queste  piantagioni arboree pregiate, preservando così nel nostro territorio collinare  terrazze e ciglioni, che sono stati conservati anche dopo la fine della mezzadria e l’abbandono dei poderi.

La zona collinare a monte della Via dei Setteponti è sempre stata climatizzata dalle correnti alte che, provenienti dal mare Tirreno, seguono il corso dell’Arno e superando lo sbarramento delle alture (San Donato in Collina) che dividono il Valdarno Superiore dalla zona di Firenze, si fermano sulle pendici sopra alla provinciale, contrastando le correnti fredde che invece provengono dal crinale del Pratomagno.  Queste correnti marine, miti e leggermente temperate, hanno permesso a certe quote la coltivazione dell’olivo e l’affermarsi di una flora con elementi mediterranei come l’erica, il corbezzolo, il leccio e la ginestra spinosa. Non è errato pensare che anche in epoca romana, negli antichi insediamenti poderali che hanno generato il toponimo prediale Persignano, Certignano, Pulicciano, Campiano, Treggiano, Baciano, Romignano, la pianta dell’olivo veniva coltivata, anche se non in maniera intensiva, in queste zone come in gran parte d’Italia; della coltivazione dell’olivo ne parla ampiamente Plinio nella sua monumentale “Storia Naturale”. È vero però che per gli antichi romani l’olio di oliva era principalmente indirizzato alla cura del corpo; lo stesso Plinio scrive intus vini fori olei – dentro il vino fuori l’olio, ma l’uso dell’olio si affermerà in seguito sempre più per l’illuminazione, per l’alimentazione, nella cosmetica e nella medicina, nella produzione di saponi e per la lavorazione della lana. Con l’inizio del secolo XII anche nel nostro territorio pedemontano, pur con tante difficoltà di carattere geopolitico (confine fra il Comune di Firenze e quello di Arezzo) con l’introduzione della mezzadria nella conduzione poderale si avrà una svolta nella vita economica e sociale improntata a maggiore produttività agricola, richiesta dall’aumento demografico e sostenuta dall’arrivo di capitali freschi della borghesia cittadina che investe nelle campagne. Pur essendo ancora il sistema dei terrazzamenti in via embrionale e pochissimo sfruttato, è sicuramente in questo periodo che all’interno del meccanismo della mezzadria nacque e attecchì con vigore “coltura promiscua” della vite e dell’olivo sul medesimo filare insieme ai cereali seminati nel terreno coltivabile, trovando così il modo di ricavare in contemporanea e per necessità nello stesso spazio pane, vino e olio. Anche Dante nel XXI canto del Paradiso nel ricordare San Pier Damiani, rammenta l’olio d’oliva usando il termine liquor d’olivi e questo dà la misura di come l’olivo era coltivato in Toscana e altrove, coltivazione che in seguito fu falcidiata dal freddo intenso della piccola era glaciale che ebbe inizio a metà del XIV secolo e finì nel 1850, quando la temperatura meteo cominciò leggermente ad aumentare, fenomeno che continua anche oggi.

Per erigere l’Italia dei terrazzamenti che arginano milioni di metri cubi di terra, sorretta da milioni di metri cubi di pietre per ricavarne qualche staio di grano e un orcio d’olio, occorreva una grande fatica in molte parti iniziata nel Medioevo. Nelle nostre colline la grande fatica è iniziata con un certo impegno poco dopo la conclusione della guerra fra Firenze e Siena (1559), allorché la Toscana divenne nazione e si prospettava un periodo di pace e una discreta crescita demografica. È vero comunque che ogni pendice sagomata collinare nasce da circostanze specifiche ed ha una propria storia peculiare.  Anche da noi negli ultimi decenni del ‘500 si diffonde la grande proprietà a coltura intensiva, insieme alla piccola proprietà  che cerca di far fruttare tutto il terreno disponibile in funzione di un diverso ordinamento economico delle campagne portato avanti dal governo granducale,  ordinamento che prevedeva la cessione gratuita di vasti territori  boscosi in collina, in gran parte di proprietà demaniale, con l’obbligo di suddividerli in tante preselle e consegnarle, dietro pagamento di un piccolo canone d’affitto, ai capofamiglia a condizione che del proprio terreno boscoso ne facessero vigneto e oliveto. Questo è il periodo di inizio dei terrazzamenti a monte della Setteponti.

Con il secolo  XVII continua la lenta  trasformazione  in terrazzamenti delle pendici collinari, ma  pur piantando  qualche  olivo in coltivazione promiscua è soprattutto verso la vite e i cereali che, per convenienza economica,   si rivolge  l’attenzione degli agricoltori, soprattutto piccoli proprietari che vedono nelle nuove piantagioni di olivi un investimento a lungo termine che  a tutti non conviene, in quanto i frutti dell’olivo  arrivano a pieno  regime solo  dopo quindici anni, inoltre un freno alla produzione agricola avviene per l’epidemia di peste (quella manzoniana) che falcidia la popolazione anche delle campagne. Un certo impulso ai terrazzamenti a monte della Setteponti viene dato dalla grande proprietà agraria, composta da decine di poderi che comprendono centinaia di ettari seminativi, boscosi e alberati e che proprio nel ‘600 tende a darsi una struttura definitiva e ordinata e che si chiama fattoria.  Nonostante una tremenda gelata che dal 6 al 17 gennaio 1709 distrugge la quasi totalità delle piante di olivo, l’impulso veramente notevole all’olivicoltura a monte della Setteponti avviene nel secolo XVIII a partire dai primi decenni.  Il mercato, decisamente avviato allo scambio liberistico soprattutto in Toscana, richiede sempre più quantità di olio di oliva per uso domestico e per l’industria; c’è inoltre un forte incremento demografico e quindi cresce la richiesta e cresce anche la voglia di mangiare meglio. Inoltre una legge granducale consente il non pagamento delle imposte per 20 anni sui terreni strappati al bosco e ridotti coltivabili, se coltivati ad olivi le imposte non vengono pagate per 40 anni e questo favorisce molto la formazione dei terrazzamenti a olivi. All’inizio della seconda metà del Settecento in Toscana, per la lungimiranza del granduca lorenese viene fondata, prima in Europa, l’Accademia dei Georgofili, un’accademia economico-agraria fervida propugnatrice di nuove tecniche agricole e industriali, che porta avanti lo studio per trovare in ogni zona del granducato le coltivazioni più idonee e redditizie; fare la storia dell’Accademia dei Georgofili significherebbe parlare di ogni argomento della vita umana.

Gli olivi dei nostri terrazzamenti hanno superato tanti periodi critici, di mercato e devastati dalle gelate del 1709, 1883, 1929, 1956, 1985 e sicuramente da altre ancora durante la piccola era glaciale, hanno superato l’abbandono dei poderi e la fine della mezzadria; l’olio di oliva non ha concorrenza in oli di semi e minerali. I terrazzamenti a olivi, come il mio, datato 1789, che si estende in quota per ventidue pianelli con periodicamente in mezzo al terrazzamento uno o più olivi rossi chiamati “morchiai”, una specie antica che favoriva l’impollinazione, sono una testimonianza di un lavoro secolare, l’ultimo in zona fatto a Malva nel 1948-49 appena sopra alla provinciale. Ritengo che in ogni opera del passato, vicino o remoto, tesa al bene della comunità, come in un libro vi si possa leggere le trasformazioni avvenute nel tempo, così come ogni terrazzamento a monte della nostra bella Setteponti è stato progettato per quel luogo che ha fornito le pietre per i muri a secco e determinato il numero delle preselle e la loro pendenza.

 La particolarità di questo     nostro paesaggio è l’espressione di un lavoro e una realtà di vita sociale vissuta con sudore, arte e conoscenza e ne costituisce sia il valore che il ruolo di memoria.

                                                                                              Foto e testo di Vannetto Vannini                     

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