Espressioni, termini e modi di dire che stanno scomparendo nel linguaggio della popolazione del monte Cocollo e lungo la Setteponti

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testo di Vanetto Vannini

Le parole, le espressioni e i modi di dire sono spesso la chiave per riaprire la porta di un mondo ormai vivo solo nel ricordo di pochi e quindi accompagnati da questi termini si compie un viaggio a ritroso nella selva di usi e costumi e storia di un certo territorio. Usi e costumi di cui piano piano se ne perde il ricordo e il significato. I modi di dire sono una sorta di didattica o letteratura popolare e nel caso specifico anche montanara, sono lo spaccato che ci permette di conoscere quale fosse il pensiero, la storia, la filosofia del vivere e la realtà sociale delle generazioni passate. I modi di dire hanno una loro verità e la tradizione popolare ce li ha consegnati con le loro forme nude ed essenziali, ed ora che nella nostra società è in atto un fortissimo cambiamento strutturale, questa trasformazione interessa anche il linguaggio e i termini di paragone, che non sono più quelli di una volta ma di cui non bisogna perderne la memoria.

Come riferimento viene considerata tutta la zona del Cocollo, presentando alcuni modi di dire che provengono dalle persone anziane e vengono ancora oggi citate.

L’Anciolina (Lanciolina) l’allaccionno, il Cocollo lo spianonno e Scannano lo scannonno.

 Questo è un antico detto popolare che solo persone anziane conoscono. Sulla cima del monte Cocollo vi sono dei ruderi di un paese cinto dai resti delle mura che hanno sempre eccitato la fantasia della popolazione della zona. Una volta questi ruderi erano imponenti, vi sono foto dell’inizio del secolo scorso in cui ancora si vede il cassero e la chiesa che sappiamo essere dedicata a San Niccolò, oggi è solo un groviglio di vegetazione. Nei libri di storia locale spesso si rammenta il castello del Cocollo con il relativo popolo, una fortificazione strategica che controllava il passaggio fra vallecole e da e verso il Casentino da cui si gode una vista incredibile, per cui si controlla bene anche gran parte del Valdarno aretino. La posizione geografica del monte Cocollo è tale da essere il primo monte che si vede venendo in Valdarno da nord appena fatta la galleria del San Donato nella A1, e lo stesso è il primo monte che appare venendo dalla Val Tiberina quando, percorrendo la statale, siamo a metà della discesa che dal bivio dello Scopetone porta ad Arezzo.  Sul Cocollo si intrecciano storie di guelfi, ghibellini, guelfi bianchi e neri, famiglie fiorentine in esilio e lotte fra Arezzo e Firenze.

Fino a poco tempo fa, quando la popolazione della zona guardava la sommità della montagna, spesso veniva fuori il detto “L’Anciolina l’allaccionno, il Cocollo lo spianonno e Scannano lo scannonno”, sicuramente questa espressione ha una base storica e veritiera.

Mettendo bene a fuoco il termine “l’allaccionnno”, questo significa accerchiare, circondare   ma anche assediare e quindi si capisce bene che il   riferimento è ad un assedio che ha interessato l’antico castello dell’Anciolina   in secoli molto lontani.  Consultando libri di storia si viene a sapere che effettivamente il castello dell’Anciolina fu messo sotto assedio dai fiorentini nel 1323 che però non potettero espugnarlo essendo in una posizione imprendibile così che le soldataglie fiorentine si dovettero ritirare. Di questo assedio ne parla lo storico Giovanni Villani nella sua Nova Cronica, ma soprattutto si trovano dei riferimenti precisi nel volume Notizie Storiche sul Comune dei Loro Ciuffenna di Gino Manneschi, libro recentemente ristampato in occasione del centenario della prima edizione. A pag. 126 l’autore scrive “…… Non per questo i Signori di Anciolina cessarono di molestare il contado del Valdarno soggetto a Firenze: giacché essi nel 1323 saccheggiarono coi Pazzi il castello della Trappola, che si era dato a quel comune, e quindi corsero ad asserragliarsi in Anciolina. La gente de’ Fiorentini seguendogli, gli assediarono nel detto castello per più giorni; poi i Pazzi e Ubertini con gli Aretini sforzatamente con più di dugento cavalieri e popolo assai vennero al soccorso; per la qual cosa la gente de’ Fiorentini senza attendere se ne partirono dall’assedio, e con grande vergogna se ne tornarono a Firenze”.

 Sapendo che i soldati erano tutti mercenari e nelle contese facevano razzie dei beni degli abitanti del castello o paese preso e devastato, la mancata espugnazione dell’Anciolina privò i soldati fiorentini di un più o meno sostanzioso bottino o preda di guerra. È lecito pensare che non avendo potuto saccheggiare le case dell’Anciolina, i fiorentini nella loro ritirata abbiano saccheggiato (spianonno) il paese del Cocollo che in quel periodo doveva essere un castello senza mura e offeso, maltrattato o forse peggio (scannonno) il castello o insediamento montano di Scannano, di cui solo gli abitanti di Gorgiti, Modine, Poggio di Loro e pochi altri conoscono l’ubicazione esatta in quanto non riportato in nessun libro e in nessuna carta topografica. I ruderi di questo insediamento, che doveva essere fortificato, si trovano fra Gorgiti e la Maestà del Renaccio.

L’assedio dell’Anciolina ebbe luogo nell’anno 1323 e nonostante quell’ insuccesso, i fiorentini riuscirono poi nel 1324 con uno strattagemma e il tradimento ad occupare la fortificazione. Sarebbe interessante capire come questo avvenimento (l’assedio), a distanza di settecento anni abbia potuto essere tramandato bene attraverso i secoli fino ad arrivare ai giorni nostri.

Il castello dell’Anciolina è riportato anche nel libro (presente nella nostra bibliocai) recentemente ristampato (2015) a cura dell’Accademia Valdarnese del Poggio di Montevarchi e dalla Associazione I’Bercio. L’autore è Amos Volpini nato a Loro Ciuffenna nel 1848, emigrato a Firenze nel 1877 e da allora si persero le sue tracce. Il titolo è” Carlino De’ Pazzi di Valdarno” un personaggio reale che imperversò nella nostra zona   nei primi decenni del secolo XIV° e che Dante, per tradimento, mette all’Inferno già prima della morte (Inferno- Canto XXXII- Versi 67-69). Il libro, in uno stile letterario molto in voga alla fine del secolo XIX, sviluppa una storia d’amore fantasiosa nel contesto di un ambiente storico reale e documentato.

Sei più sporco e strappato di Brandano.

 Questo è un antico modo di dire che sicuramente risale al XVI° secolo, molto frequente nel linguaggio della campagna e della montagna quando la televisione non imperversava, il divertimento dei ragazzi erano i giochi di una volta e nelle persone adulte non vi era molta cura della persona. L’espressione oggi non è molto frequente ma è ancora in uso e si riferisce ad una persona sciatta e sporca nel vestire, Si trattava dell’esclamazione che soprattutto le nostre mamme ci indirizzavano quando, da ragazzi, negli anni Cinquanta, a fine pomeriggio tornavamo a casa sporchi, polverosi, laceri e pieni di lividi dopo alcune ore passate a giocare in piazza, nella strada e soprattutto a scalare le balze. Avevamo gli zoccoli ai piedi e i pantaloni corti anche d’inverno tenuti su da una sola bretella messa per traverso, che quando giocando si strappava, era sostituita provvisoriamente da uno spago, oppure tenendo stretti i pantaloni con un giunco o da   alcuni fili intrecciati di ginestra, però tutti, anche le persone anziane, portavano i capelli corti perché ogni tre settimane era norma andare dal barbiere. Oltre i capelli corti, tutte le mattine quasi come fosse un rito facevamo uso abbondante di una polverina bianca, che la mamma o la nonna ci spruzzava in testa e che aveva un odore profondo e acre; senza quella spruzzata non venivamo accettati   all’asilo dalle suore di Persignano e alle scuole elementari. La polverina si chiamava DDT (Dicloro – Difenil – Tricloroetano) portata dai soldati americani che si erano così salvati dal tifo petecchiale dovuto ai morsi dei pidocchi, a differenza dei soldati italiani che per quella malattia/epidemia erano morti a migliaia in Africa e nei Balcani.

La persona di riferimento in questa espressione era e ancora oggi è Brandano, un personaggio storico realmente vissuto nel senese a cavallo tra il XV° e XVI° secolo. A tale proposito ricordo che per due volte il martedì, la comitiva CAI Valdarno in escursione in Val d’Orcia, è passata davanti (indicata da una lapide) alla casa natale di Brandano a Petroio, frazione del comune di Trequanda e sede de Museo della Terracotta. Sempre in escursione con il CAI siamo stati due volte a Montefollonico, frazione di Torrita di Siena dove nella chiesa di San Leonardo abbiamo visionato il Crocifisso di Brandano, una pregevole statua lignea trecentesca che è legata alla storia di questo personaggio un po’ matto, conosciuto come “il Pazzo di Cristo”.  Brandano si chiamava Bartolomeo Garosi (1486- 1554) e abitava a Montefollonico quando, mentre tagliava una pianta di olivo, venne colpito violentemente alla fronte da una scheggia di legno. Questo colpo alla testa gli procurò un risveglio spirituale che lo portò ad abbandonare la moglie, cambiare nome, e scalzo, vestito di stracci con il capo cosparso di cenere, iniziò a fare il predicatore itinerante, ricevuto anche dal Papa con il quale si mise in urto. Acquistò odore di santità presso le masse popolari tanto che la fama di questo personaggio si estese in un territorio molto vasto, arrivando evidentemente anche nella nostra zona, fra l’altro il “romito” Brandano è ricordato a pag. 14 nel volume di Ivan Tognarini Toscana in età moderna fra Medici e Lorena (dizioni Polistampa 2012).

A chi interessa la vita di Brandano può fare ricerche su internet, fra l’altro oltre che predicare la penitenza e la solidarietà con i più poveri, Brandano fu anche profeta e la storia dice che alcune sue profezie si avverarono.  Brandano era molto amato, tanto che il popolo   spesso attribuisce a questo personaggio il titolo di Beato; in effetti è stato beatificato a furor di popolo ma storicamente non risulta che la chiesa abbia istituito un processo di beatificazione, un po’ come il Beato Guido di Raggiolo.

Ritornando al detto popolare, l’assonanza con Brandano sta nel modo di vestire, soprattutto quando una persona veste in modo sciatto, sporco e trasandato come erano i contadini durante il lavoro nei campi, e nelle condizioni fisiche e personali   già descritte che avevamo noi ragazzi di campagna, dopo un pomeriggio passato a giocare in piazza del paese, a correre e scalare le balze.  

Anche questa espressione popolare che per noi valdarnesi viene da lontano, ma si è tramandata saldamente anche   nella nostra zona dal XVI° secolo fino ad oggi, dà l’idea di come sia forte il ricordo di personaggi storici nel linguaggio del popolo.   

Sei un Pionono.

 Questo modo di dire è ancora comune e usato, anche sé non più detto come termine di paragone con la frequenza di alcuni decenni fa, per cui piano piano si sta diradando nel linguaggio popolare e in pratica si sta perdendo.

Dire ad una persona che è un Pionono significa bollare questo individuo come persona cattiva, inaffidabile e maldestra. Non solo, ma spesso il termine Pionono viene detto in maniera spregiativa accompagnato da una filza di aggettivi poco consoni alla educazione e alla tradizione del buon linguaggio popolare, di certo è risaputo che oggi chi usa questo detto non ha la minima cognizione storica e soprattutto, a differenza di una volta, con il termine Pionono   non si vuole biasimare un uomo di chiesa che è stato recentemente beatificato.  Questo detto, con il passare del tempo diventa sempre meno comprensibile ai giovani, ma ha una storia che riguarda le vicende politiche nazionali di metà del secolo XIX°.

Il Risorgimento italiano è un periodo complicato e difficile e con il 1848 prese corpo un insieme di fermenti politici   che investì tutta l’Europa tanto che ancora oggi esiste, rapportato a quel periodo, il detto “fare un quarantotto” che è sinonimo di confusione e disordine incontrollabile.

Nel 1846 fu eletto al soglio pontificio il cardinale marchigiano Giovanni Maria Mastai Ferretti che prese il nome di Pio IX.   Appoggiando politicamente i movimenti liberali che erano sorti in quel periodo in tutta Italia, Pio IX creò in una parte della borghesia evoluta e in una parte del popolo delle grosse aspettative che con il tempo furono ridimensionate e disattese, creando grossi risentimenti sfavorevoli nei confronti del religioso. Non è sbagliato pensare che le considerazioni negative fatte dalla gente, oltre per i fatti storici del 1848/9, si siano affermate ed estese soprattutto dopo l’unita nazionale a causa del problema di Roma capitale, che fu risolto solo nel 1870 e fu una questione spinosa molto sentita anche dal popolo minuto.

Quello di Pionono è un detto popolare molto indicativo della capacità espressiva di un linguaggio popolare nudo ed essenziale, ma attento ai fatti della storia e della società.

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