Badia di Santa Trinità in Alpe : San Galgano del Pratomagno.

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Nel versante casentinese di Monte Lori, a quota 952 m e all’inizio della valle da cui scende il torrente Capraia, in un luogo molto isolato, alpestre e defilato dalle attuali vie di comunicazione si trovano i  ruderi della Badia di Santa Trinità in Alpe, ruderi  tanto imponenti da fare  chiamare quei resti   la  “ San Galgano del Pratomagno”.
Per capire la ragione della ubicazione in un luogo così oggi  fuorimano e solitario di una struttura religiosa  importante che ha fatto la storia  soprattutto nel Valdarno, si deve fare riferimento all’antica viabilità di quella zona, viabilità romana perché  nell’anno  960 circa quando fu fondata la badia, le vie di comunicazioni erano solamente  ancora quelle derivanti   dall’antico reticolo viario  romano e  rimaste o riadattate dopo le devastanti guerre fra Goti / Bizantini, Bizantini /Longobardi , Longobardi / Franchi  …. che avevano impoverito in tutti i sensi il nostro territorio.

Il luogo scelto per fondare la badia doveva essere inserito in un sistema viario che faceva capo alla intersezione di due importanti vie di comunicazione, una via romana chiamata  forse Abaversa che da Talla saliva a Capraia, costeggiava la dorsale del Pratomano per valicarlo al Varco di Menzano (oggi Varco alla Vetrice) o al  Varco di Reggello per portarsi poi nel Valdarno probabilmente unendosi alla Via Cassia/Clodia. Questa via era  intersecata da un’altra via  che proveniente dalla Romagna, valicava l’Appennino al Passo di Serra, scendeva in Casentino attraversando l’Arno a Rassina, risaliva a Talla e superando il Varco dell’Anciolina si portava in Valdarno.

Nonostante qualche intreccio di antiche strade che oggi sono diventati sentieri CAI, il luogo  doveva  apparire anche allora sempre selvaggio e anche un po’ isolato. Dobbiamo tenere presente che se  la localizzazione delle pievi è più varia, perché discende da cause meno stringenti e sempre influenzate  dalla necessità della pieve  in stare in posizione baricentrica rispetto al suo popolo, le badie, come si conviene alla loro origine cenobitica, erano costruite sempre nella parte più solitaria del monte e a ridosso del crinale principale.

 Gli  Annales Camaldulenses  ci dicono  che questa badia  sarebbe stata costruita negli anni ’60 del secolo X° (960-961) da due religiosi tedeschi Pietro e Eriprando, quasi certamente al seguito di Ottone I che andava a Roma a farsi incoronare imperatore del Sacro Romano Impero. Giunti in questo luogo, colpiti dall’ambiente alpestre e solitario e colti dal fervore di una vita ascetica più intensa , ricercarono il proprietario del fondo, un certo Gualberto, che non solo concesse loro il terreno sufficiente allo scopo, ma si unì a quei pellegrini nella realizzazione del loro desiderio.

Ma sentiamo dal vivo racconto di quei frati, che ci è rimasto in una  pergamena  e pubblicato  nella primavera 1986 su un’articolo del Corriere aretino per “Pratomagno di corsa”, come andarono effettivamente le cose. “Ci portammo dunque ( parla uno dei fondatori) in una sua proprietà (di Gualberto) in un posto che si chiamava Fonte Bona, Fonte Spina e Fonte della Valle, e sopra a Fonte Bona non più lontano di un tiro di  sasso costruimmo l’oratorio di San Tommaso e una abitazione con l’aiuto dello stesso Gualberto, e in questo luogo per volere di Dio abbiamo patito molti malanni. Poiché il primo anno si seccò la Fonte Bona che era la più importante e nel secondo anno si seccò l’altra fonte che era sotto lo Spino, nel terzo anno si seccò anche l’altra fonte che era in un’altra valle.  Nel quarto anno durante una bufera notturna mentre eravamo dentro, cascò per il vento tutto l’oratorio e l’abitazione ed è per grazia di Dio che non siamo morti e nessuno di noi è rimasto ferito se non il nostro aiutante Giovanni, che scappò con noi e mentre fuggiva cascò e si ruppe un braccio.Allora facemmo un triduo affinchè  Dio  ci mostrasse  cosa volesse fare di noi e ci mostrò il suo volere e alzatosi il vento si alzarono in aria quasi cento assicelle ( copertura del tetto) e ricascarono in un luogo che si chiamava Area di Buccolo. Andammo da Mainardo, che era fratello di Gualberto e gli raccontammo ciò che Dio aveva fatto e ritenevamo per quel segno che Dio volesse avere domicilio e onore in quella zona.   Mainardo, avuto consiglio, dette quel luogo dell’ Area di Buccolo per costruirci una chiesa sotto l’invocazione della Santissima Trinità, della Santa Croce, di Santa Maria, dei Santi Apostoli e di San Benedetto e di altri sotto la protezione di Dio, tolta ogni rivendicazione di uomini e terreni. C’era qui vicino una fonte che veniva chiamata Fonte della Febbre e dai contadini c’era stato posto un cumolo di sassi affinchè  nessuno potesse bere da quella fonte per paura di malattie. Ripulimmo quindi quel posto e vi edificammo l’oratorio sotto il nome della Santissima Trinità e portammo lì con noi l’altare consacrato e la Croce e l’Acqua Santa e l’Incenso in processione a piedi scalzi con tutto il popolo e ripulimmo la fonte dalle pietre sovrapposte e posta la tavola sopra alla fonte vi celebrammo il Santo Sacrificio in onore della S. Trinità e benedicemmo la sorgente onde, cambiato il nome, l’ Area di Buccolo fu chiamata da allora  Chiesa della S. Trinità di Fonte Benedetta”.

Così fu eretta l’abbazia  sotto la regola benedettina cluniacense che divenne anche un hospitium per pellegrini,  e i frati,  in quell’ambiente alpestre e  senza distrazioni di sorta  come imponeva la loro missione  religiosa , poterono dedicarsi a quei lavori che la loro  regola  richiedeva sia nella  preghiera, cura delle anime e cura dei boschi e del territorio.

 L’abbazia crebbe in notorietà e in fama di santità tanto che  ebbe numerose donazioni nei secoli XI e XII da parte degli Ubertini, dei Pazzi e dei signori di Monte Santa Maria e da altri,  donazioni che aumentarono il patrimonio e i diritti del monastero, tanto che nella prima metà del secolo XII  fu iniziata la costruzione, sopra una precedente struttura che dovrebbe essere stato la chiesa della fondazione, della chiesa romanica a croce latina, con transetto sporgente e un’abside semicircolare, edificio di cui  sono visibili i resti  attuali. In quel periodo sotto la sua giurisdizione  erano   il monastero  di San Bartolommeo a Gastra, la badia di Soffena, il monastero di Ganghereto e numerose chiese fra cui  San Andrea di Loro  , un monastero di monache a Terranuova,   terreni  nel Valdarno, in Casentino e nel contado di Perugia, inoltre la badia possedeva diversi molini e gualchiere e ospizi per pellegrini.

In questo periodo (sec XIII – XIV) il monastero raggiunse il suo massimo splendore, però verso la fine del Medio Evo,  cambiando il sistema viario a   favore di vie di comunicazioni più agevoli nel fondovalle, il monastero  si trovò completamente fuori dalle direttrici  del traffico e cominciò la decadenza , decadenza che sicuramente fu dovuta anche a mancanza di vocazioni.  Nel 1425 Papa Martino V soppresse la comunità monastica dell’Abbazia di Santa Trinità in Alpe  e il monastero con le sue dipendenze  fu unito all’ Ordine vallombrosano.

 La soppressione della abbazia con il conseguente accorpamento all’Ordine fondato da San Giovanni Gualberto , probabilmente  non fu dovuta solo alla crisi in cui versava il monastero, crisi che a quel tempo  potrebbe essere stata solo blanda e all’inizio, ma potrebbe essere stata  motivata  per favorire l’Ordine vallombrosano  che in quel periodo manteneva  buoni rapporti con Papa Martino V, che da cardinale era stato protettore di questo Ordine monastico. Lo storico Francesco  Salvestrini sugli Annali Aretini Vol. XVIII non esclude che l’acquisto del cenobio sia stato determinato da una esplicita richiesta degli stessi  monaci vallombrosani, desiderosi di acquisire nelle loro file una struttura religiosa antica e di prestigio  non molto distante dalla casa madre  che gli permetteva di operare nell’altro versante del Pratomagno e situata in prossimità di percorsi stradali che collegavano quest’ultima ai monasteri dell’Ordine presenti nelle diocesi umbre e romagnole. Inoltre  non si deve dimenticare che prima  della   acquisizione di Badia Santa Trinità,  la casa monastica di Vallombrosa  aveva passato un periodo difficile e turbolento   dovuto a  tensioni interne e lotte esterne  e che in quel  tempo   attraversava  un periodo di relativa pacificazione  e di rinnovata  coesione interna.

L’Ordine vallombrosano , come è riportato dagli Annali Aretini  Vol XVIII  nell’articolo di  Francesco Silvestrini, dovette dare grande importanza  a questa annessione, importanza anche evidenziata dalla commissione e realizzazione del polittico (Pietà e santi) al pittore (forse) Mariotto di Cristofano, cognato di Masaccio , per l’altare maggiore della chiesa di Santa Trinità in Alpe verso il 1430.

Questo polittico, che oggi lo possiamo vedere nella chiesa di Carda è una tempera a fondo oro del primo Quattrocento , e come riportato nel volume  “Guida alla scoperta dei luoghi del Casentino” Octavo-Cantini Editore, è una Pietà con i Santi Giovanni Gualberto, Nicola di Bari, Jacopo Maggiore e Bernardo degli Uberti. Il polittico è stato attribuito al pittore Mariotto di Cristofano (San Giovanni Valdarno 1393- Firenze 1457) dalla  dott.ssa Maetzke che ritiene quest’opera  una delle maggiori dell’artista per qualità e importanza nell’ambito della pittura fiorentina del primo Quattrocento.  Un grande storico dell’arte e critico d’arte come il sangiovannese Mario Salmi (1889- 1980), ha fatto notare che la presenza di due santi vallombrosani ( San Giovanni Gualberto e San Bernardo) nel polittico , porterebbe ad una datazione dell’opera intorno al 1425.

 Nei secoli XV e XVI  i beni della abbazia e i suoi antichi diritti  sui boschi e pascoli, furono messi in discussione dalle comunità confinanti di Carda, Capraia e Pontenano e queste dispute diventarono sempre più grandi e frequenti, tanto che non essendosi   sentiti difesi in giusta misura dall‘Ordine vallombrosano, i monaci per tutelare i loro diritti nei confronti della comunità di Carda, si rivolsero direttamente al papa.

Sappiamo che intorno al 1570 l’abbazia  era affidata ai rettori del monastero vallombrosano di San Fedele a Poppi derivante dalla antica Abbazia di Strumi che contendeva alla abbazia di Santa Trinità il primato di essere il cenobio più antico del Casentino. Sappiamo inoltre  che i rettori del monastero di Poppi  non avevano il titolo di abate di  Santa Trinità, ma erano solo amministratori in quanto l’antico complesso monastico aveva ancora un  patrimonio rilevante e questi beni erano ragguardevoli  anche nei primi decenni del secolo XVII e quindi è da pensare che la crisi del complesso religioso di Santa Trinità in Alpe sia dovuto soprattutto   alla mancanza di vocazioni e non alla mancanza di patrimonio. A metà del secolo XVII  Santa Trinità aveva perduto tutte le caratteristiche di monastero,era  definita “grancia”, cioè azienda agricola e fu affidato all’abate di Soffena che si preoccupò soprattutto nell’avvenire a salvaguardare il patrimonio , difendendolo dalle mire degli abitanti dei paesi vicini, soprattutto di Capraia.

L’antico monastero versava in brutte condizione e  minacciando di crollare furono fatti lavori di restauro con il trasferimento delle opere d’arti rimanenti nelle chiese vicine come il trittico di Mariotto di Cristofano  nella chiesa di Carda e la terracotta della Madonna con Bambino nella chiesa di Capraia. É interessante notare però che l’antico cenobio benedettino che era stato  sempre  un valido punto di riferimento religioso , civile e culturale per gli abitanti di alcune zone del Valdarno e del Casentino rimase sempre nel cuore di quella gente.  In un manoscritto conservato nella Biblioteca  Rilliana di Poppi, l’abate di San Fedele scrive che  il 5 Giugno 1689 una grande  folla di popolo  giunse alla chiesa di Santa Trinità  per celebrare la festa titolare della storica abbazia, fra i presenti il Vescovo di Arezzo, l’abate generale dei vallonbrosani con abati e monaci dello stesso ordine e un numero considerevole di preti dei paesi circostanti.

Però la crisi divenne sempre più forte e nel 1708 giunse la smobilitazione, in conseguenza di un forte contrasto con gli abitanti di Capraia e di Pontenano  per diritti di pascolo sul Pratomagno .I pochi  frati vallombrosani rimanenti  abbandonarono  il monastero lasciandoci solo un  religioso  come custode.  Forse la chiesa fu affidata a qualche parroco dei paesi vicini per officiare le funzioni religiose in qualche occasione. Nel 1774 Santa Trinità confluì insieme ad altre comunità religiose, fra le quali San Salvatore a Soffena e Sant’ Andrea a Loro nel monastero di Sant’Ignazio di Arezzo che dopo la soppressione lorenese dei Gesuiti era passato al vallombrosani.

A seguito delle leggi  napoleoniche del 1810 i francesi alienarono l’abazia  cedendola con  i terreni ai marchesi Corsi di Firenze, i quali  l’anno successivo vendettero tutto a Pietro Cassi di  Capraia, facoltosa famiglia di quel paese. Ancora oggi a Capraia, paese formato da piccole case di montagna, c’è il palazzo dei Cassi.  Nel 1873 furono descritte da Emilio Marcucci le rovine della badia di cui restava parte del tetto e la cripta ridotta a stalletto per i maiali.  All’inizio del secolo scorso , quando fu visitata da Mario  Salmi la badia era un rudere pressappoco come oggi e la casa di lato alla chiesa, diventata casa rurale fu abbandonata dall’ ultima famiglia contadina nel 1953. Alla fine degli anni ’50 del secolo scorso l’area venne acquistata dall’ASFD (Azienda di stato Foreste Demaniali) per costituire la foresta del Pratomagno e dopo il 1970 tutto il patrimonio passò alla Regione Toscana che lo dette in gestione alla Comunità Montana del  Casentino. Nel 1969  (ricordo bene per esserci stato più volte) iniziarono i lavori di restauro e consolidamento dei resti della  chiesa che si conclusero nel 1974. Nei primi anni ’90 del secolo scorso il comune di Talla, nell’ottica di valorizzazione del luogo, ha celebrato per 3 anni consecutivi una suggestiva e toccante funzione religiosa all’interno della chiesa della vecchia badia, funzione religiosa alla quale erano invitati  e hanno partecipato in maniera massiccia le sez CAI Valdarno Superiore, Arezzo e la Sottosezione di Stia.

Oggi, i resti dell’ antica badia, che per anni è  stata un punto di riferimento per la gente di quella montagna e di quelle vallecole e poi trasformata (forse ancora) in cava di materiale lapideo  pregiato per gente senza scrupoli, dovrebbero  ancora perpetuare  a chi  passa da quella zona e al legislatore  l’antico messaggio di pace, cultura, fede e lavoro  che in questo oggi sperduto posto, ebbero origine in quel lontano secolo  X ° per opera di due preti : Eriprando e Pietro

 Foto e Testo di Vannetto  Vannini

P.S.

Un nostro socio, Piero Scarpellini, ha realizzato nel 2016 un sito su facebook nel quale, utilizzando un drone che lui possiede, ha inserito fra l’altro delle bellissime immagini aeree del sito dell’antica Badia. La foto in evidenza è tratta dal sito:

https://www.facebook.com/santatrinita2016/

Invitiamo tutti i lettori a visitare il sito e, nello stesso tempo, a sostenere gli amici che con Piero cercano di conservare e valorizzare l’antica Badia di Santa Trinita in Alpe.

 

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