Gli zoccoli, la calzatura di contadini e montanari fino alla metà del Novecento

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     Foto e testo di Vannetto Vannini

Gli zoccoli hanno costituito per secoli l’unico tipo di calzatura per gran parte della popolazione, sia maschile che femminile, abitante la campagna e la montagna. Fino a metà degli anni Cinquanta del secolo scorso era la normale calzatura della settimana per tutto l’anno; con gli zoccoli ai piedi si viveva la vita del paese, si giocava, si scalavano le balze, si correva e andavamo   a scuola, la domenica giorno di festa a secondo della stagione mettevamo le scarpe o i sandali. La storia degli zoccoli, che si differenziano dalle scarpe perché avevano un’alta suola di legno, ci riporta a frammenti, consuetudini e necessità di tempi lontani ma anche di un passato recente terminato con la crisi della mezzadria e l’abbandono della campagna e montagna. Lo zoccolo era una calzatura rustica, rumorosa ma leggera e molto valida; si sapeva che chi portava gli zoccoli nel periodo invernale difficilmente rimaneva colpito dai “geloni” sulle dita dei piedi, che sono una malattia della pelle allora molto comune, dolorosa, fastidiosa e oggi da noi quasi scomparsa.

 Un film di successo come “L’albero degli zoccoli” del regista Ermanno Olmi, film drammatico e reale che descrive le vicende e la vita di alcune povere famiglie di mezzadri all’inizio del secolo scorso nella bergamasca, mette bene a fuoco l’importanza che avevano queste umili calzature nella società agricola e nella campagna di allora. Questo film vinse la Palma d’Oro di Cannes nel 1978 e successivamente tanti altri premi ed è stato selezionato fra i cento film italiani da salvare.   Si potevano fare gli zoccoli nel legno di pioppo, acero campestre e olmo   ma quello preferito era ricavato dalla pianta di ontano, un albero alto che cresce bene lungo i torrenti da cui si ricava un legno non di pregio ma molto ben lavorabile perché pochissimo nodoso e da verde “tenero come il cacio”, una volta secco poi diventa leggero, resistente agli attriti sul terreno e soprattutto invecchiando “non fa scherzi”, cioè non tende a fessurarsi né a torcere.

Il lato plantare destro di uno zoccolo per bambini e bambine

Gli zoccoli, oltre ad avereun prezzo accessibile a tutti, tenevano il piede sano e caldo perché il legno di cui era fatta la suola spessa   alcuni centimetri è un isolante, perciò un cattivo conduttore di calore e con un paio di calzini grossi di lana manteneva ai piedi la temperatura del corpo. Inoltre impediva di trasmettere umidità anche qualora il terreno fosse bagnato e quando la suola era corrosa veniva cambiata con una nuova. Gli zoccoli non erano una bella calzatura, meno che mai elegante, era una calzatura rumorosa e in certi terreni sassosi scivolosa tanto che era norma applicare sotto alla suola un pezzo di gomma preso dai vecchi copertoni delle bici, però, se saputi fare erano ottimi per la salute dei piedi e nel lavoro dei campi e un tempo erano la calzatura abituale fra i minatori delle miniere di lignite. Con il tempo gli zoccoli diventarono un segno di distinzione sociale sinonimo di zotichezza e povertà, tanto che nel fondovalle la gente diceva in maniera spregiativa che “gli abitanti del Cocollo erano più zoccoli degli zoccoli che portano la domenica per andare alla Messa”.

 Nell’esercito, soprattutto le truppe alpine erano e credo ancora dotate di grandi zoccoli di legno unipiede, internamente foderati di pelle di agnello e chiamati “zoccoli da sentinella” con sotto la enorme suola lunga 55/60 cm dei piccoli denti metallici che nel terreno ghiacciato funzionavano da ramponi. In queste calzature poco adatte per muoversi ma idonee per stare fermi a fare la sentinella   con temperature estreme, vi si infilava dentro fino al ginocchio la gamba con al piede lo scarpone e il tutto reso stabile tramite l’apposito legacciolo. Anche in questo caso lo zoccolo isolava il piede dalla neve e dal ghiaccio preservando l’alpino da eventuali congelamenti. Fino alla grande guerra erano tanti i contadini che da vecchia tomaia di scarpe da buttare, con un po’ di ingegnosità ricavavano degli zoccoli costruendo loro stessi la suola di legno. Dotati di una morsa con la quale era tenuto fermo il pezzo di ontano, davano la forma secondo il piede sbozzando il materiale con un segolo o pennato. Il manufatto così lavorato era ancora molto rozzo e angoloso tanto che poi è venuto fuori il proverbio ancora in uso “fatto/a con il segolo”, riferito in genere ad una persona   non proprio bella e dai lineamenti spigolosi. Il pezzo di legno appena abbozzato era lavorato con una raspa e prendeva il contorno del piede facendo attenzione ai bordi superiori dove sarebbe poi stata attaccata la tomaia, con cura venivaintagliato il tacco esternamente mentre la parte piana interna svuotata in maniera tale da contenere comodamente dentro la pianta del piede.  

Il tacco e la parte esterna poggiante in terra

Questa era la parte più delicata e per svuotare il pezzo di legno veniva usato un attrezzo semplice ma molto ingegnoso che oggi è rarissimo, tanto che non l’ho trovato in nessun museo etnografico ma che noi del CAI Valdarno Superiore abbiamo visto nella casa di montagna di un nostro socio. Una volta fatta la suola di legno, su questa vi veniva passato più volte un pezzo di vetro per grattare unificando bene la superficie esterna e interna del manufatto, nella parlata semplice ma precisa dei contadini si diceva che il pezzo di legno veniva “raffinato”.  Fatta la suola di ontano, questa era provata più volte dal piede che la doveva calzare e se tutto andava bene iniziava l’operazione di applicazione della tomaia che erano fissate alla suola con piccoli chiodi. Per mantenere fissa bene la tomaia alla soletta lungo tutta la circonferenza dell’attaccatura, per protezione veniva messa una specie di guarnizione di latta metallica alta circa un centimetro o poco più, tenuta ferma con frequenti bullette che perforando anche la tomaia facevano presa nel bordo della suola di legno.  Questa striscia di latta metallica, ricavata in genere sezionando e tagliando grossi recipienti cilindrici creati per contenere tonno, acciughe e aringhe era chiamata da tutti “guiggia”, che è un termine   presente nei vocabolari di italiano e sembra che derivi dalla parola guige del francese antico che significa cinghia, laccio, stringa; fra l’altro questo vocabolo del linguaggio arcaico popolare è ancora usato in campagna e montagna.  Gli zoccoli fatti direttamente dai contadini e montanari per forza di cose erano costruiti solo con vecchia tomaia di scarpe dismesse o di zoccoli con la suola sfinita, non erano belli e rifiniti bene come quelli che facevano gli zoccolai di professione, costituiti da pellame nuovo e molto più fini e funzionali; per questa ragione gli zoccoli fatti in casa si riconoscevano bene da quelli fatti dall’ artigiano.   L’artigiano zoccolaio, prima manualmente con il segone, poi con una sega circolare a forza motrice quando arrivò l’energia elettrica, ricavava dal tronco dell’ontano dei tondelli di varia lunghezza ma non più lunghi di circa trentacinque centimetri l’uno, che venivano aperti nel mezzo, un tempo a mano con un attrezzo chiamato maniolo, sostituito poi dalla sega elettrica. Sulla superficie piana di questi pezzi, con l’ausilio di una forma apposita di cartone di varie misure, tracciava con un lapis copiativo la forma del piede.

L’attrezzo rudimentale che sostituiva il coltello votino per sagomare il lato plantare. Questa foto è stata fatta a Galligiano in casa dei soci Venturi e Zaganelli

Il pezzo di legno, fissato su una morsa specifica fatta dallo stesso zoccolaio dove l’operatore stava seduto comodamente azionando il montante della presa con i piedi, lavorando prima con un utensile chiamato coltello a petto   e poi con l’altro attrezzo detto coltello votino, in breve tempo ricavava la soletta di legno per la calzatura. Inoltre con un grosso roncolo incideva con maestria a un centimetro dalla fine del bordo superiore e per una profondità di pochi millimetri tutta la circonferenza della parte superiore della suola per creare la sede dove attaccare la tomaia, rinforzate e tenute ferme   dalla guiggia, in modo da pareggiare il tutto al legno.

Lo zoccolaio oltre a essere   un po’ falegname incisore doveva essere bravo come tagliatore di pelli per fare la tomaia dello zoccolo con pochi scarti, e come aggiuntatore per collegare bene, tramite cucitura con una grossa macchina da cucire a pedali, la parte anteriore della tomaia con quella posteriore. Per l’inverno venivano fatti anche  degli zoccoli foderati internamente  di feltro ricavato da vecchi cappelli da uomo venduti a Prato, inoltre  venivano fabbricati un certo numero di zoccoli rinforzati nella punta (spunterbo) e nel tallone  (rinforzo del calcagno ) usando con maestria  per l’applicazione del rincalzo  lesina e filo forte impeciato, subito dopo  con un piccolo  arnese a leva  erano fatti nel punto giusto  i fori  con occhielli metallici  per  infilare bene  le stringhe di allacciamento.  La tomaia veniva applicata alla suola di legno alla quale doveva combaciare alla perfezione e appuntata con dei piccoli chiodi, l’attaccatura era rinforzata da una striscia di guiggia che lo zoccolaio ricavava da lamine apposite di latta e non dai barattoli vuoti di acciughe   come facevano i contadini.  La pelle per fare gli zoccoli era in generale chiamata vacchetta, una pelle bovina che aveva subito una concia vegetale, poi vi erano altre pelli colorate di scuro che avevano subito una concia chimica con cromo. I contadini preferivano acquistare quelli con la pelle conciata chimicamente perché diffidavano della vacchetta, avendo un pessimo ricordo dei loro scarponi militari fatti di quella pelle. Lo zoccolaio nel periodo estivo realizzava anche ciabatte con mezzo tacco e quelle piane per le donne, inoltre d’estate costruiva su ordinazione scarpe di tela (che io ho portato) e sandali. Da notare che gli zoccoli erano unisex come pure i sandali; le ciabatte con il mezzo tacco solo per le donne e quelle piane per donne e ragazze/i.  La misura degli zoccoli era data dalla lunghezza in centimetri della suola di legno, mentre per le scarpe, ciabatte e sandali vi era il normale metodo di misura delle scarpe odierne che è un metodo francese.  Agli zoccoli periodicamente veniva spalmata sulla tomaia un po’ di sugna o meglio cera d’api.

Sul tavolino dall’alto: il coltello votino che poggia su un pezzo di cera d’api, il roncolo che serviva per incidere la circonferenza della soletta e fare la sede per applicare la tomaia e la guiggia; Il coltello a petto che serviva per dare figura al pezzo di legno, la lesina, alcune forme di cartone   per copiare la circonferenza e grandezza del plantare nel pezzo di legno e una per tagliare a misura la pelle per fare la parte posteriore della tomaia. Uno spallaccio di una giberna portamunizioni per fare i sandali estivi.

Un periodo molto favorevole agli zoccolai furono gli anni immediati del dopoguerra, perché a Prato vi erano a disposizione calzature e materiale provenienti dai depositi militari alleati dismessi. Le calzature usate dell’esercito venivano comprate  da calzolai e zoccolai, riaggiustate e messe in commercio; da larghe barre piane  di gomma sempre di origine militare e  alta più di un centimetro  venivano ricavate le suole per le scarpe estive la cui tela era reperita in genere   dai  teloni dei camion , dalle bustine  invernali dei soldati erano ottenuti pezzi di stoffa per foderare gli zoccoli, molto  ricercate   le giberne portamunizioni  con i cui spallacci venivano ricavate strisce per fare  sandali e ciabatte. Da notare che gli zoccolai erano anche bravi calzolai, mentre per i calzolai era molto difficile saper fare lo zoccolaio. Gli zoccoli ebbero una breve ma spietata concorrenza all’inizio degli anni cinquanta con l’arrivo nel mercato dei mezzi stivali di gomma, che però dopo poco furono detestati dai contadini perché pesanti, freddi con il ritorno ai piedi dei geloni. Zoccolai di fama si trovavano a Levane e Figline Valdarno, lungo la Setteponti molto rinomato era lo zoccolaio della Cicogna, quello di Loro Ciuffenna e di Persignano.  Con la fine della mezzadria cambiò la società e questi artigiani si dovettero allineare alle nuove necessità, alcuni diventarono commercianti di calzature, qualcuno iniziò a produrre scarpe diventando   piccolo imprenditore, altri cambiarono mestiere.  Da notare che questo tipo di calzatura economica e popolare era comune in tutta Italia.

Nel libro L’aia dì Botta. Vita, storie, personaggi e leggende di Casabiondo  e dintorni negli anni Cinquanta  di Antonio Sordi (muratore/poeta/scrittore di Piandiscò) edito nel dicembre 2023, in una lunga appassionata poesia a pag. 52 dedicata   alle scuole elementari  di Casaformica presso Casamora e gestite dalla suore si legge “ Le aule fredde e molto spartane/La merenda si faceva con un tozzo di pane/In inverno per scaldarsi la corsa nel piazzale/ E alcuni giri salendo e scendendo le scale/Con gli zoccoli si faceva un gran rumore/ Sembrava che nel cortile ci fosse un grosso motore”.

Gli zoccoli sono testimonianze e ricordo   di un tempo lontano che è sempre vivo e mai dimenticato da chi lo ha vissuto anche per un breve periodo nella campagna e nella montagna.  Durante la fiera a Terranuova Bracciolini di alcuni anni fa c’era un venditore di calzature della Garfagnana che vendeva anche gli zoccoli. Quelli della foto all’inizio sono stati comprati a Moena in Val di Fassa, ma sono molto più zoccoli degli zoccoli “eleganti” fatti dagli zoccolai della Setteponti.

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