Sovescio: antichissimo metodo di concimazione del terreno, ripreso sulla Setteponti e in Pratomagno per la crisi energetica causata dalle guerre in corso

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La fertilità di un terreno coltivabile è sempre stata e resta prioritaria nella conduzione agricola con interventi di aggiunta letame, alternanza delle coltivazioni, pratica del maggese, sovescio e soprattutto uso di fertilizzante chimico che è un metodo molto pratico, potente ma oggi molto costoso.

Da alcuni anni, lungo la Setteponti e in zone coltivate della nostra montagna è in atto un ritorno al passato nelle concimazioni annuali necessarie per lo sviluppo delle piantagioni. Fra i filari di viti e di olivi, nelle strisce e nelle terrazze adibite a giaggiolo   sono comparse   seminagioni fittissime di fave che appartengono alla specie chiamata comunemente “favino”. Questa è una razza di leguminosa il cui nome scientifico è Vicia faba minor e fa parte della famiglia delle pianteazotofissatrici perché riescono ad arricchire il terreno di azoto rendendo gli appezzamenti da coltivare molto più fertili e produttivi.

  Il sovescio è un tipo di concimazione molto antico il cui uso si perde nella notte dei secoli, ampiamente usato fin dall’epoca romana. Metodo in parte dismesso nel dopoguerra perché sostituito dall’uso dei concimi chimici, è rimasto sempre vivo nella memoria della storia dell’agricoltura ed oggi è tornato attuale sia per l’affermarsi dell’agricoltura biologica, che soprattutto per l’aumento dei prezzi del fertilizzante chimico a causa delle guerre in corso. Il termine sovescio deriva dalla parola latina composta da sub (sotto) e vertere (rovesciare) che nella pratica agricola significa   rivoltare sotto nel terreno (interrare) piante fresche, soprattutto leguminose. Nelle nostre zone vengono impiegate in genere le fave, le vecce e la lupinella. Seminate a “spaglio” durante la fine dell’autunno, le piante leguminose vengono tritate e interrate solitamente poco prima della fioritura di primavera nello stesso terreno in cui crescono. Questa pratica, chiamata anche concimazione viva, arricchisce il terreno di sostanza organica, poiché riesce, con dei microrganismi che queste piante hanno nelle radici, a catturare   l’azoto molecolare dell’aria inutilizzabile dalle piante e a convertirlo in forma ammoniacale, indispensabile per la crescita di qualsiasi coltura.  L’azoto ammoniacale fissato nel terreno risulta in quantità molto maggiore rispetto a quello che la stessa pianta consuma per crescere. Oltre alle leguminose vengono usate per il sovescio anche l’erba medica, il trifoglio e le graminacee e la scelta è fatta in base al tipo di terreno. I nostri nonni sapevano che la fertilizzazione del terreno con solo sovescio non è completa quindi spandevano nei campi, ma non in tutti, cenere di legna che arricchisce il terreno di calcio, potassio e fosforo però alcalinizzando lievemente la terra. Dalla memoria popolare sappiamo che la cenere era prodotta in grande quantità nella nostra montagna, per usarla come concime e scambiata con qualche fiasco d’olio di oliva con gli agricoltori della Setteponti.

Oggi il sovescio vive una nuova riscoperta, fondamentale sia nel contesto dell’agricoltura biologica e sostenibile   che per gli avvenimenti storici in corso, in quanto arricchisce il terreno di azoto in modo del tutto naturale rispettando l’ambiente e i cicli biologici della natura.

Nella foto: appezzamento a sovescio con favino lungo la Setteponti prima della messa a dimora, in autunno, delle piantine di giaggiolo.

 Testo e foto di Vannetto Vannini

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