Pratomagno: i disciplinati o flagellanti della Trappola.

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Durante le nostre escursioni in Pratomagno che hanno toccato la frazione della Trappola, molte volte per merito del socio CAI   Giancarlo Ghini Nocini, profondo conoscitore delle tradizioni e della storia lontana e recente di quel paese montano, abbiamo parlato  della presenza in certe processioni religiose  dei  disciplinanti o flagellanti, chiamati anche “ battuti bianchi ” o più semplicemente  “battuti”, che nonostante i divieti dell’autorità civile e  religiosa, sono stati attivi  alla Trappola fino alla fine degli anni ’50  del secondo dopoguerra.  La stessa tradizione penitenziale è menzionata nel libro “Lontano un secolo” di Raffaela Smonti e “All’ombra del Pratomagno” di Elicrisio, associazione di Poggio di Loro.

La storia dei disciplinanti è molto complessa e lunga di secoli. Occorre risalire al 1260 quando per la prima volta, a Perugia, la penitenza tramite flagellazione volontaria si manifestò in forma popolare e pubblica, per estendersi poi velocemente in tutta Italia e in gran parte d’Europa. Furono chiamati con il termine disciplinanti perché facevano uso della disciplina, una specie di frusta simile al più famoso “gatto a nove code”, costituita da un manico corto al quale erano attaccate diverse strisce di cuoio contenenti nodi e nella parte terminale spilli diritti e curvi. Con questo attrezzo si percuotevano in processione il petto ma soprattutto le spalle fino a farle sanguinare; in alternativa alla frusta era usata una tavoletta di legno piena di punte di spillo con la quale si ferivano parti del corpo, soprattutto petto, fianchi, braccia e gambe.Dal popolo venivano chiamati anche flagellanti e in virtù di una tunica bianca o nera dotata di cappuccio totale con occhiaie per vedere nascondendo l’identità, tunica aperta rigorosamente nella schiena, venivano chiamati anche “battuti bianchi” o “battuti neri”.

 Le Confraternite dei Bianchi e dei Neri erano Compagnie religiose molto organizzate e potenti che negli ultimi anni del Medioevo, durante il Rinascimento e dopo la Controriforma, svolgevano opere di assistenza e misericordia per i poveri, malati, condannati e defunti. I battuti bianchi e i battuti neri, che erano integrati nelle rispettive Compagnie, partecipavano riuniti in gruppi alle processioni dietro a un   pesante crocefisso portato a spalla e si flagellavano con la disciplina. Non bisogna comunque identificare come flagellanti tutti i componenti della Congregazione dei Bianchi o dei Neri. Storicamente è risaputo che i gruppi di disciplinanti più numerosi erano attivi nella Confraternita dei Bianchi, in numero limitato in quella dei Neri a causa del loro scopo sociale principale, che prevedeva l’accompagnamento al patibolo dei condannati a morte.

Sappiamo che i flagellanti, sono stati per secoli in gran parte d’Italia presenti in molte processioni, soprattutto in quella del Corpus Domini e del Venerdì Santo, creando in modo particolare in questa ultima, che veniva effettuata nelle ore notturne prima di mezzanotte, un’atmosfera   impressionante, lugubre e misteriosa.  Alla fine del percorso   religioso, che in genere durava un’ora toccando Maestà e croci solitarie, al ritorno sanguinanti e doloranti nella loro sede ubicata nei pressi   della chiesa principale, per rendere più sofferta la penitenza si lavavano le ferite con aceto, sale e pepe. Era opinione convinta che le ferite riportate sul corpo durante la flagellazione penitenziale nelle processioni, non causassero nessun inconveniente sanitario, invece sappiamo che dove questa pratica veniva eseguita    produsse spesso effetti gravi sul fisico fino a provocare alcune invalidità permanenti alla persona.

 Coloro che   effettuavano la flagellazione, usanza che prolificò velocemente in tutta Italia, è lecito pensare che molte volte fossero individui collocabili fra gli alterati mentali e affetti da esaltazione religiosa spinta fino al fanatismo più estremo.

 Alla Trappola i disciplinanti vestivano cappuccio completo e tunica bianca, la loro sede era nell’edificio attiguo confinante con la chiesa paesana che era soprattutto la sede della Compagnia che faceva capo ad un responsabile, chiamato camerlengo che rendeva poi conto al parroco e i cui componenti facevano beneficienza, partecipavano alle processioni e ai funerali e non avevano niente in comune, se non la sede, con i flagellanti.

 Alla Trappola, nello svolgimento della processione   notturna del Venerdì Santo, tutte le case   situate nel percorso attraverso il paese, dovevano rimanere al buio, veniva spenta anche l’illuminazione pubblica e i flagellanti, fra gli schiocchi delle frustate cantilenavano a bassa voce il salmo “Deus Misereatur”. Erano accese solo le candele di alcuni presenti al corteo e delle grosse lanterne chiuse e ondulanti collocate in cima a dei lunghi manici di legno portati dai confratelli della Compagnia. Per statuto interno, i disciplinanti di una parrocchia dovevano risiedere nel territorio della stessa e non fuori.

 A Castelfranco di Sopra ancora oggi è chiamata Chiesa dei Bianchi, un edificio religioso costruito dall’omonima   Confraternita nel 1556 e situato davanti alla propositura di San Tommaso. Se i disciplinanti, oltre che alla Trappola fossero stati attivi anche   a Castelfranco di Sopra e integrati nella locale Confraternita dei Bianchi, viene da pensare che potrebbero essere stati    presenti in altre località del Valdarno.

Difficile indicare il periodo d’inizio di questa congregazione alla Trappola, si dovrebbero fare ricerche storiche d’archivio, soprattutto in quello dei baroni Ricasoli. In Toscana il periodo d’oro per la proliferazione sul territorio   dei flagellanti iniziò verso la metà del secolo XVII che è fra i periodi più bui della Controriforma e dell’Inquisizione, in concomitanza poi con l’avvento al trono granducale di Cosimo III dei Medici.

Cosimo III fu il penultimo granduca della   casata medicea e regnò dal 1670 al 1723. Nonostante fosse appassionato di scienze naturali, mecenate di scienziati, artisti e appassionato intenditore di vini, era un grande bigotto fino al punto di riempire il palazzo granducale di frati, suore e preti e la città di convertiti prevenienti da altre religioni. In 53 anni di regno fece diventare tutta la Toscana simile a un grande convento, dove gli ordini religiosi, soprattutto gesuiti e domenicani, avevano un potere enorme. Perseguitò gli ebrei, favorì l’inquisizione e si rese intollerabile a tutti procurandosi l’odio generale del popolo. Depauperò le casse del granducato e concesse elargizioni in denaro, ripetute nel tempo a chi si convertiva, elargizioni che dai fiorentini vennero chiamate “pensioni del credo”. Nelle campagne e nei rioni di città istituì delle “comandate” volontarie che controllavano la frequenza della popolazione alle funzioni religiose e denunciavano coloro che lavoravano senza permesso del parroco durante le festività. Come riportato nel volume “La festa e il gioco nella Toscana del Settecento” di Andrea Addobbati, nel corso del  suo regno, Cosimo III  che si riconosceva come tutore della fede, dei costumi religiosi e della salute spirituale dei suoi  sudditi, aumentò a dismisura le feste religiose durante le quali  si distinse un famoso predicatore gesuita di nome Padre Segneri (1624-1694),  che operò  sia in città che  nelle  zone rurali e di montagna  per sensibilizzare la morale pubblica  al  radicamento della fede. La predicazione di questo gesuita era incentrata soprattutto sul concetto della colpa e sulle conseguenze dolorose del peccato per cui necessitava per il popolo una forte spinta verso la penitenza. Durante queste prediche, Padre Segneri , pur di scuotere gli animi non esitava ad autoinfliggersi punizioni in pubblico e organizzava grandi processioni di flagellanti.  In questa moralizzazione dei costumi ci fu una “confessionalizzazione” della società che sicuramente agevolò lo sviluppo e il consolidamento delle pratiche e convinzioni mistico – spirituali dei disciplinanti, e non sarebbe sbagliato pensare che potrebbe essere questo il periodo in cui sorsero i flagellanti anche alla Trappola.

Con la fine della dinastia medicea e l’avvento  dei Lorena (1737) fu  dato inizio ad un ridimensionamento  del potere ecclesiastico in Toscana, dove fra l’altro alcuni vescovi avevano già invocato una riforma del calendario liturgico  per l’abolizione di numerose festività che nuocevano anche all’economia, tanto che nel 1749, sotto la reggenza lorenese e  il pontificato di Papa Benedetto XIV,  vennero abolite nel Granducato  22 feste religiose, rimanendo l’obbligo di andare a messa ma non di astenersi dal lavoro; è per questo che dal popolo furono subito chiamate “mezzefeste”.  Inoltre furono totalmente abolite altre feste locali introdotte per consuetudine nelle varie diocesi, parrocchie e compagnie religiose. Nel periodo illuminista, per criterio e convinzione furono in tanti ad essere contrari alle manifestazioni penitenziali con l’uso della disciplina, le quali nel frattempo, soprattutto quelle notturne, erano diventate   un problema per   l’ordine pubblico poiché spesso finivano in risse e colluttazioni. Succedeva   che i disciplinanti, per eccesso di zelo e nell’eccitazione religiosa, con la disciplina oltre che flagellare se stessi, disperdere frustate nell’aria e nei muri delle case, colpivano gli spettatori i quali reagivano in malo modo   e questo indusse il granduca Pietro Leopoldo a emettere un’ordinanza nel gennaio 1773 che invitava tutti i presuli della Toscana a impedire l’uso delle flagellazioni pubbliche.  All’ordinanza del granduca seguì poi una circolare molto circonstanziata dei vescovi a tutte le loro parrocchie in cui si invitava i fedeli a rispettare quella normativa granducale.  In effetti si capì dall’autorità religiosa che quelle processioni più che momenti di penitenza vera e di preghiera, erano diventate manifestazioni   di pura superstizione pagana e di disordine sociale.

Il fenomeno dei disciplinanti si sgonfiò lentamente  in tutta Italia con le leggi che abolirono molte compagnie e ordini religiosi a fine Settecento, ma la tradizione di flagellarsi durante alcune  processioni religiose  rimase viva con l’avallo dei parroci   fino all’inizio del  Novecento e dopo; da una  bella pubblicazione mensile  di Monterano “Le Antiche Dogane”, sappiamo che in provincia di Grosseto a Roccatederighi    dovettero intervenire una notte del venerdì santo i carabinieri e il prefetto che  sanzionò il parroco,  i  disciplinanti,  sequestrò  numerose discipline e perquisì le loro case

 Alla Trappola, effettivamente, non sappiamo come nonostante tutti i divieti dell’autorità civile, sanitaria e religiosa   l’attività dei flagellanti riuscì ad arrivare fino all’inizio dell’anni sessanta del secolo scorso. Dopo la  prima grande guerra,  in questo paese del Pratomagno, forse per ingannare un po’ le autorità,  solo   in modo improvviso con un passa-parola intergruppo  e a ridosso della funzione religiosa, i disciplinanti     decidevano se partecipare   alla  processione    del giovedì  o del  venerdì santo.  Probabilmente contò  allora molto l’isolamento paesano, le cattive strade di comunicazione,  cosicché la presenza in  processione dei flagellanti  era un fenomeno circoscritto  alla parrocchia e veniva fatta solo una volta l’anno, con ordine senza aver mai  creato confusioni di sorta; sicuramente ci fu  la voglia di mantenere in vita  da parte del popolo  e del parroco un’antica tradizione  che faceva parte della  storia e del folclore paesano, pur sapendo di  contravvenire  alle leggi in vigore.

Oggi qualcuno ancora si ricorda    dei flagellanti della Trappola perché ha vissuto il periodo finale, una memoria che la storia ha relegato fra le tradizioni popolari-religiose della nostra montagna, retaggio di un passato lontano e di un modo di fare penitenza che l’autorità civile e la chiesa stessa avevano da secoli condannato.

Alcune compagnie di flagellanti (vedi seconda foto) esistono ancora in certe zone del sud Italia, partecipano alla processione del Corpus Domini e del Venerdì Santo, ma la loro funzione, nonostante il cerimoniale ancora un po’ particolare e sotto certi aspetti anche tetro, non va oltre   lo scopo religioso, storico e rievocativo.

                                                                                                                       Vannetto Vannini

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