Foto e testo di Vannetto Vannini
Fra i sedimenti che compongono la massa terrosa ai piedi delle balze, i più fini sono costituiti da argilla abbastanza pura che è stata estratta nei secoli per fare soprattutto mattoni da costruzione, resi idonei tramite essiccazione all’aria. Se in montagna le abitazioni sono state costruite soprattutto con la pietra che era ed è il materiale da costruzione più comodo e a buon mercato, si può affermare con certezza che molte vecchie case nel territorio delle balze, eccetto le soglie, le colonne e cantonate, sono in gran parte costruite con mattoni di argilla prelevata in zona ed essiccata una volta all’aria.
Nella vecchia carta militare 1:25000 “Figline Valdarno “e anche nelle nostre cartine CAI, appena sotto Piantravigne, lungo la strada del Fossato che si innesta presso Riodi sulla strada delle Balze, l’edificio di quota 220 m viene chiamato Fornace Collaino e il territorio circostante indicato dagli abitanti come “la zona della vecchia fornace”. In effetti ancora oggi gli anziani come il sottoscritto ricordano benissimo questa attività, che ha chiuso la produzione intorno a metà degli anni Sessanta del secolo scorso, se rammento bene nel 1965. Questa fabbrica di materiale da costruzione, che ha servito in maniera costante per tantissimi anni tutta la zona lungo, sopra e sotto la Setteponti da Loro Ciuffenna ad oltre Castelfranco di Sopra, non sappiamo quando iniziò la produzione ma da una data su una tegola del tetto di un piccolo edificio rurale di mia proprietà, tegola sicuramente fabbricata a Piantravigne si legge “11 ottobre 1890 detto Sabato”, quindi in quell’anno la fornace era in piena attività. Controllando il catasto lorenese del 1821 al foglio 2 del comune di Terranuova Bracciolini, nel luogo indicato nella nostra carta CAI come Fornace Collaino, sono riportate due costruzioni senza specifica e il borro della Fornace è indicato come borro di Castelfranco; farebbe pensare che a quel tempo la fornace ancora non esisteva.
Mio nonno che era nato nel 1879 diceva che la fornace di Piantravigne, quando lui nacque lavorava già e vi erano occupati diversi operai. Non è possibile sapere con certezza perché venisse chiamata nome Collaino in quanto il ricordo paesano arriva fino agli anni precedenti la seconda guerra mondiale. Interessante è sapere che la fornace veniva chiamata dagli anziani “Fornace di Collaino”, ma soprattutto “Fornace in Collaino” come se questa ultima parola fosse il nome del luogo dove fu edificato l’edificio e non il proprietario che questa attività l’aveva iniziata e che la memoria paesana non ricorda. Nel luogo dove fu edificata la struttura muraria e nei dintorni prossimi, l’argilla o creta è predominante nel terreno, quando piove diventa una massa collosa, quindi nel linguaggio semplice e popolare un piccolo luogo appiccicoso è chiamato anche “collaino”, questa parola potrebbe essere un toponimo che con il tempo è scomparso.
Da notare inoltre che nel 1890 il lavoro era manuale in quanto nella zona della Setteponti da Loro Ciuffenna fino oltre Piantravigne, l’elettricità fu portata alla fine del secolo per l’intraprendenza del proprietario della villa-fattoria di Poggitazzi, Conte Giovanni Magherini- Graziani (1852 – 1924). In un locale attiguo alla villa si produceva corrente elettrica facendo girare una dinamo con una macchina a vapore come quelle per la trebbiatura del grano, energia che con le dovute tecniche distribuiva a pagamento alle case dei suoi mezzadri e alla popolazione della zona. Ancora oggi l’edificio, adibito ad agriturismo, viene chiamato “la fabbrica”. Questa attività fu in seguito inglobata dalla Selt Valdarno (Società Elettrica Ligure Toscana) qualche anno prima della guerra 1914-18. Nella fornace di Piantravigne con l’arrivo della corrente, nel periodo fra le due guerre, il metodo di lavoro non subì cambiamenti.
Dalla memoria paesana sappiamo che l’argilla, chiamata da noi sabbione, veniva estratta nelle piagge fra la via del Fossato e l’insediamento rurale della Treggiaia, caricata su dei carri che a trazione animale (buoi) venivano condotti alla fornace e scaricati. L’argilla veniva poi trasferita in grandi tazze di cemento (come quelle per macinare le olive) dove tramite aggiunta di una quantità precisa di acqua, veniva rivoltata e schiacciata dalla macina rotante sempre a trazione animale fino a diventare una massa uniforme, malleabile e pastosa. Una volta scaricata dalla tazza, l’argilla veniva messa in degli stampi per prendere forma e il tempo necessario per asciugare. Il materiale tenero dagli stampi passava in degli essiccatoi all’aria che chi scrive ricorda benissimo. Dalla fornace di Piantravigne usciva tutto il materiale da costruzione edile sia per muri, coperture, pavimenti, condotti ecc.… Venivano inoltre costruiti vasi per fiori e grandi conche da bucato. Quest’ultimo particolare è importante perché per fabbricare vasi e conche occorreva un tipo di argilla con un grado di purezza elevato e abbastanza raro da reperire, che la fornace aveva trovato in un filone a metà altezza nelle pareti della spettacolare balza confinante con il piazzale della stessa fornace e con la strada, nella parte destra per chi scende dal paese. A metà delle pareti di questa balza si vedono benissimo l’ingressi di alcune cavità, abbastanza elevate da terra, che non sono state originate da nessuna corrosione naturale né sono tantomeno rifugi di guerra, fra l’altro molto scomodi per arrivarci e ripararsi in quanto offrivano poca sicurezza quando gli alleati dai monti del Chianti e i tedeschi in zona Setteponti si scambiavano cannonate. Questi ingressi permettono di entrare in delle cavità formatesi per l’estrazione di argilla detta “argilla fine” con un grado di purezza molto elevato, perché essendo all’interno di una massa terrosa sopraelevata dal suolo e quindi al riparo dalla pioggia, non veniva mescolata con la terra di riporto durante i temporali come accade ai filoni di argilla superficiali. Entrare all’interno nelle cavità è molto pericoloso, a causa di eventuali crolli, ma queste grotte sono molto più grandi di come si pensi, profonde e articolate Fino al 1965 la fornace di Piantravigne ha sfornato mattoni, pianelle, tegole, tegolini, coppi, vasi, conche, trasformando, con grande capacità artigianale, l’argilla trovata nel terreno ai piedi e sulle pareti della balza in pregevoli manufatti. Anche l’idrografia della zona ci riporta alla fornace, perché il torrente che noi chiamiamo Borro dell’Acqua Zolfina in effetti, come riportato anche nella carta CAI 1:25000 prende anche il nome di Borro della Fornace, sul quale confluisce un secondo torrente chiamato Borro del Filone, sicuramente in riferimento ai filoni di argilla presenti e che nasce nei pressi della strada comunale. Un altro idronimo interessante si trova in altre parti della zona delle balze perché non è sbagliato pensare che il Borro delle Cave, si chiama così in riferimento proprio alle cave di argilla che un tempo dovevano essere presenti.
Certamente i mattoni non venivano fabbricati solo a Piantravigne ma in tutte le fattorie del territorio delle Balze, mattoni che venivano usati per fare le case coloniche, anche quelle pregevoli come le leopoldine. É necessario allora accennare alla formazione del sistema di fattoria della nostra zona, che permise ad alcune facoltose famiglie locali o di città entrare in possesso di patrimoni terrieri di non trascurabile consistenza dopo la costituzione del sistema poderale a conduzione mezzadrile. Questi patrimoni terrieri dopo il secolo XVI furono chiamati fattorie, in cui molto spesso l’abitazione del proprietario chiamata villa, proveniva dallo stesso edificio che nel XV secolo veniva chiamato “palagio” e nel XIII – XIV secolo era nominato “casa da signore”. La fattoria era una grande azienda terriera che si basava sulla mezzadria, un tipo di conduzione agricola molto complessa nata nel XIII secolo e sviluppatasi poi in tutta la penisola soprattutto nella Italia Centrale. Con il tempo, attraverso la cultura e la sapienza del massimo dirigente della azienda agricola che era il fattore, cultura e sapienza non solo agraria, si cercò di uscire dalla stretta economia di ciascun podere ridimensionando l’autonomia del mezzadro nelle scelte delle colture e seminagioni. Il mezzadro aveva una visione limitata del mercato e soprattutto era legato ad una personale visione di autosussistenza per la propria famiglia, a differenza del fattore che era molto edotto in economia rurale e assai più attento alle richieste del mercato agricolo. Il sistema mezzadrile, che all’inizio di quell’epoca (XIII° secolo) fu molto importante e innovativo perché portò fuori i contadini dalle primitive condizioni di servi della gleba, è durato fino ai giorni nostri in quanto per legge di stato fu abolito completamente nel 1982.
La fattoria diventò una azienda agricola più o meno grossa, dotandosi di propri molini, frantoi, telai per la canapa, chiesette gestite dal parroco del paese vicino a cui la domenica facevano riferimento tutti, e oltre ai mezzadri vi erano salariati a tempo o fissi come la fattoressa che era una figura importante per la gestione dei lavori domestici di fattoria e non la moglie del fattore, vi era poi il sotto fattore, il terz’omo che era l’aiutante del sotto fattore, il guardiacaccia, il falegname, il fabbro, i muratori che erano anche scalpellini e i braccianti. Nell’ottica di avere una attività sufficiente per tutte le necessità, le fattorie erano preparate all’occorrenza anche per fabbricare mattoni per uso proprio in un podere vicino alle balze, da dove prelevavano l’argilla seguendo i filoni nel terreno per lo più non coltivato e meno accessibile, i mattoni venivano poi seccati all’aria. Tutte le fattorie comprese in quel territorio avevano un podere che si chiamava “podere “Fornace “in riferimento a quella attività specifica fatta a necessità e portata avanti da alcuni braccianti. Le aziende agrarie che avevano proprietà anche molto sopra la Setteponti spesso gestivano per occorrenza una cava di pietra e una “calcinaia” dove, cuocendo la pietra che era soprattutto “alberese” la quale ha una percentuale di Carbonato di Calcio anche del 95%, ottenevano l’ossido di calcio che con l’aggiunta di acqua diventa “idrossido di calcio o calce spenta”, usata per murare. Resti di antiche calcinaie si trovano presso il monte Cocollo, sopra ad Oliveto e nei pressi di Pulicciano.
Insieme alle fattorie era usanza fabbricare i mattoni anche dai privati, che altro non erano che i proprietari di un podere o di appezzamenti di terreno formati da piagge confinanti con qualche balza nella quale, per preservare intatto il terreno coltivabile, cercavano nelle pareti i filoni di argilla da estrarre.
Per comprendere oggi l’azione di questi piccoli proprietari che allora, pur di avere l’argilla per uso proprio mettevano a repentaglio anche la sicurezza personale e di chi l’aiutava in quel lavoro di estrazione, occorre entrare nella filosofia che era viva fino a non molto tempo fa a tutti gli agricoltori, e questa filosofia era quella del riciclo, del riuso, del mettere da parte e di sfruttare tutto quello che il territorio offriva con il fine di risparmiare. Nella zona di Persignano/Malva e Piantravigne si racconta ancora di quel vecchio contadino al quale in punto di morte il figlio, per sollevarlo moralmente, portò mezzo bicchiere di vinsanto e il morente disse: No! No! Serbatelo per un bisogno!!! Io stesso ricordo bene che da ragazzi, quando avevamo una bella e folta capigliatura, andavamo dal barbiere nel periodo di luna calante, perché in quel periodo i capelli si rinforzano e crescono più lentamente con un conseguente risparmio. Per penuria di cose nel mondo agricolo dove il risparmio era fondamentale per tirare avanti, tantissimi erano gli accorgimenti che ora sono dimenticati e difficile a capire.
Oltre alle “buche” nella balza di Piantravigne che chi passa non può fare a meno di vedere, vi è una bellissima buca nelle forre di Persignano, una nelle balze di Corneta dove si è persa l’ubicazione a causa della boscaglia e una, che negli anni Cinquanta rovinò, era nella parete di una balza del borro delle Cave. La buca di Persignano e quella di Corneta sono servite per tanti anni come pollaio, poi dismessi da tale utilizzo sia per l’ingresso pericoloso sia per il cambiamento di specie dei predatori.
Le balze oltre al materiale per costruire i mattoni, offrivano al proprietario per piccoli lavori edili anche una certa quantità di sabbia silicea (rena), ottima per murare in quanto molto pura. Qui occorre fare una considerazione perché per gli abitanti della Setteponti e ancora più per quelli che abitavano in montagna, l’approvvigionamento di sabbia per murare è sempre stato un grosso problema in quanto i renaioli dell’Arno erano distanti e il trasporto a trazione animale problematico per la quantità modesta di materiale da caricare per non sfiancare le bestie da tiro. Per piccoli lavori di muratura nella zona delle balze il problema era risolto con la frantumazione dei “sassi matti”. Il sasso matto, chiamato anche “sasso renaiolo” è una pietra arenaria di colore marrone in genere pochissimo compatta, che sia gli agenti atmosferici come le ghiacciate, sia una semplice azione meccanica di frantumazione con un martello pesante trasforma molto bene in sabbia o rena di colore scuro. Il colore marrone deriva dalla presenza di ossido di ferro e la poca compattezza è dovuta sia ad una penuria di collante (Carbonato di Calcio) fra i granuli che per la formazione avvenuta in fondali marini poco profondi, quindi senza essere sottoposto ad una elevata pressione idrostatica di compattamento. In montagna il sasso matto era molto ricercato e se trovato veniva messo da parte, era ed è molto frequente sopra e sotto la via dei Setteponti e se ne trovano tantissimi singoli e stratificati nelle pareti delle Balze in quanto rotolati dalla montagna durante gli uragani e quindi di forma tondeggiante senza spigolature. Da tener presente che questo tipo di sasso è l’unico esistente nelle balze e l’aggettivo “matto” dato a questa pietra dai contadini, non ha niente a che vedere con il termine “mattaione” con il quale si identifica un tipo di terreno molto comune sopra e sotto la Setteponti, formato soprattutto da argilla salina e gesso, dove la vite attecchisce bene e produce un ottimo vino. Il sasso viene chiamato “matto” perché non ci si può fidare in muratura in termini di resistenza causa la facilità con cui si frantuma, ma una volta stritolato con grande facilità finemente, diventa una sabbia molto valida per piccoli lavori edili, che non ha niente a vedere con la sabbia terrosa prelevata nei nostri borri dopo una piena e conservata nelle aie per l’occorrenza.
In sintesi, l’azione del cosiddetto “laboratorio dell’aia”, finalizzato al risparmio imposto dalla necessità e dalla penuria, era un principio fondamentale della economia agricola fondata oltre che sulla produzione anche sul riciclaggio del materiale. Questa azione veniva estesa persino alle pareti di alcune balze dove ancora oggi, ad una certa altezza, rimangono grandi cavità come misteriose occhiaie vuote che ci riportano a un tempo difficile e non molto lontano da oggi.
Bibliografia Carlo Lapucci, L’economia dei contadini. Il laboratorio dell’aia fondato sul riciclaggio completo, Libreria Editrice Fiorentina 2013.





