Testo e immagini di Vannetto Vannini
La storia delle Balze è fatta anche di frane che nell’arco dei secoli hanno contribuito a modificare il paesaggio; frane enormi, paurose che devono e hanno creato numerosi problemi agli abitanti di quella zona. Sappiamo della presenza nel territorio delle balze del castello di Soffena di cui ne parla San Pier Damiani e distrutto da un movimento franoso i cui resti furono ritrovati dall’archeologo Alvaro Tracchi. Probabilmente la stessa fine fatta anche da quello delle Cave e forse dal castello di Pian di Mezzo citati da padre Bacci nel suo libro “Terranuova Bracciolini e la sua storia”, e proprio nei pressi di quella cittadina vi sono i resti del palazzo comitale dei Conti Guidi, su uno sperone di terra scosceso e consumato dal tempo. Lo stesso santuario di Pernina ha avuto problemi di stabilità a causa di movimenti del terreno su cui è stato costruito, inoltre è molto indicativo il fatto che da sempre tante persone del fondovalle indicano la zona delle balze con il termine “smotte”.
Se guardiamo attentamente la zona sotto la Setteponti che interessa il territorio del comune di Terranuova Bracciolini e Castelfranco/Piandiscò è possibile osservare scoscendimenti avvenuti nel passato di cui non sappiamo il tempo e quindi perso la memoria e di quelli ancora rammentati di cui però il ricordo diventa sempre più labile con il passare degli anni. Le frane di cui parlo non sono le piccole smotte durante il cattivo tempo come la valanga d’acqua dell’anno 2013 che per una settimana mise fuori uso alcune strade di collegamento fra fondovalle e la via dei Setteponti, io intendo frane enormi che improvvisamente hanno interessato questo territorio cambiandone la geografia fisica.
Frana” sine tempore” del poggio Castelletto di Persignano.
Delle grandi frane di tanti secoli fa di cui non sappiamo niente ma che hanno lasciato tracce evidenti sul terreno, sicuramente fa parte quella avvenuta sulla vetta dello sperone di balza su cui è costruito il paese di Persignano. La parte sommitale di questo sperone da sempre è stata chiamata dagli abitanti con il termine di “Castelletto”, un vocabolo tramandatosi nei secoli fra la popolazione e arrivato fino a noi e molto indicativo, tanto che nella nuova toponomastica di questa frazione viene chiamato “Vicolo del Castelletto” la stretta e ripida scalinata che porta sulla cima, oggi coltivata ad olivi. Persignano ha un passato e una storia come fortificazione medievale a cavallo del XIII e XIV secolo, riportata molto bene dal prof. Carlo Fabbri in un libro da lui scritto che si intitola “ Terranuova Bracciolini e le sue frazioni” Aska 2019 e proprio sulla vetta di questo poggio vi era il fortilizio con una chiesetta dedicata a San Niccolò.
Nella parte ovest della cima del poggio vi sono ancora oggi i segni evidenti di una grande frana che ha ridimensionato la superficie del cocuzzolo. La conferma che questa frana aveva trascinato giù anche qualche costruzione avvenne negli anni Venti del secolo scorso, durante uno scasso ai piedi di quella china per piantare viti ed olivi, in cui i lavori furono rallentati molto per la presenza sotto terra di numerosi spessi pezzi di muraglia e pietre ben squadrate, una parte delle quali venne prelevata e usata poi come materiale edile.

numerosi muraglie
Il ricordo di grandi eventi franosi che hanno interessato la zona in questione fra Loro Ciuffenna e Castelfranco di Sopra non va oltre il 1941 e vengono di seguito riportati. Da notare che tutte le frane qui elencate sono avvenute in periodi di tempo asciutto
Frana di Pisciola (1-5 /5/1941)
Il borro di Malva che nasce sotto il monte Cocollo e si immette in pianura nel borro di Riofi, nel tratto più scosceso e profondo che va dal ponte sulla Setteponti alla località Mulino viene identificato dai residenti come “ borro di Pisciola”, questo per la presenza di numerose cascatelle. Vi si accede da diversi punti ma l’accesso più comodo parte dalla quota 275 m della strada comunale che da Persignano sale verso Malva, con un stradella agricola che dalla strada in questione taglia in pendenza i gradoni coltivati ad olivi e raggiunge in venti minuti o più il corso d’acqua, situato in basso ad una quota di 200 m. Nel pomeriggio tardo del 1 maggio 1941 fu avvertito il rumore di uno schianto secco e a una verifica fu visto che una parte molto lunga e consistente del terreno anche ad una distanza di pochi metri dalla strada, aveva una lunga spaccatura in direzione est/ ovest e il livello abbassato di qualche metro provocando la formazione di una scarpata longitudinale nel terreno lunga circa 300 m. In contemporanea vennero fuori nella stretta parte del terreno rimasto stabile delle spaccature trasversali in direzione nord di lunghezza variabile che dal ciglione formatosi arrivavano fino raggiungere in qualche tratto la strada comunale. Non ci fu un grande allarme fra la popolazione, un po’ perché era tempo di guerra con gran parte dei giovani del paese dislocati nei vari fronti bellici e le preoccupazioni erano altre, inoltre la frana anche se lambiva la strada, aveva interessato una zona disabitata con solo due case a una distanza di circa venti metri senza provocare il minimo problema strutturale agli edifici. Nei giorni seguenti la frana fu monitorata con preoccupazione da diverse persone senza avvertire nessuna autorità, questi controlli si accorsero che erano frequenti dei piccoli rumori di schianti ai quali seguiva sempre un abbassamento della massa terrosa a valle , tanto che la scarpata divisiva con il pezzo di terra rimasto stabile a monte confinante con la via comunale cominciava ad essere consistente. Nel pomeriggio del 5 maggio, appena dopo un boato sentito sia a Persignano che a Malva tutta la massa di terra fu coinvolta in un grosso e profondo movimento franoso. Nella parte più alta della frana per una lunghezza di circa duecento metri, tutta la terra con un percorso longitudinale alla strada arrivando per una larghezza di oltre centocinquanta metri, vicinissima al torrente al torrente in basso, sprofondò in maniera perfettamente verticale senza il minimo spostamento verso il borro, evitando così uno sbarramento che avrebbe creato un lago. Probabilmente si era creata una grande caverna sotterranea e una volta rotto il tetto, una gran massa di terra era precipitata nella voragine; lungo il corso del torrente fu inghiottita una cipresseta e dei grandi alberi di acacia e vetrice. Questo movimento di sprofondamento oltre che sovvertire passi agricoli e la morfologia del luogo, ebbe conseguenze anche in quella parte di terreno in direzione Persignano (ovest) non interessato dalla spaccatura , il quale slittò in avanti rendendo problematico con esattezza ristabilire limiti di proprietà. In un punto della scarpata vicino alla strada Persignano / Malva scaturì una sorgente di acqua perenne con buona portata che sgorga ancora. Il movimentò interessò quattro possessi diversi e fu problematico ristabilire i vecchi confini provocando una accesa polemica e frizioni che dal 1941 arrivarono alla fine del 1976, quando ci fu un cambiò di proprietà. Questa frana ebbe solo risonanza locale
. La via della Maremmana e la conseguente frana (primavera 1960). Uno dei collegamenti importanti fra la vallecola del Borro delle Cave e la via dei Setteponti è stato fino al 1960 la strada che lasciando le Cave (venendo dalla Penna) un km dopo il ristorante I’Casolare e inoltrandosi a destra all’’interno, passando davanti al podere Colombaia saliva a Poggitazzi, strada che dalla gente della zona veniva chiamata via della Maremmana.
Era una normale strada comunale molto ben riportata nelle vecchie carte IGMI 1: 25000 del 1942 (tavoletta Figline Valdarno e tavoletta Loro Ciuffenna) tanto che fino agli anni Cinquanta del secolo scorso vi transitavano le gare ciclistiche, perché permetteva un collegamento più breve e agevole con la via dei Setteponti dove si immetteva a pochi metri dal Madonnino di Bellavista, edicola votiva riportata con il termine “madonnino” nel catasto lorenese del 1821 al foglio 4 della sezione A del comune di Terranuova Bracciolini. Nella carta del Pratomagno del CAI pubblicata nel 1996 la vecchia non più esistente strada è indicata sempre come via di importanza minore, fra l’altro al bivio delle Cave è rimasto fino a non molto il vecchio cartello stradale di quando la strada era agibile anche alle macchine, riportante indicazione per “ Poggitazzi km.1,5”. Ora questo percorso fa parte del sentiero CAI 35, modificato recentemente, la cui rettifica non è stata però riportata nella nuova carta CAI del 2021. Il Madonnino di Bellavista chiamato così perchè prossimo alla grande e bella colonica del podere Bellavista ubicata fra Malva e Montemarciano, fu costruito su un vecchio tracciato della Setteponti poi dismesso, quindi si trovava in una area diventata proprietà privata che dista una decina di metri dall’attuale strada provinciale . Il madonnino era molto alto, largo, spesso e solido, costruito secoli fa usando delle bellissime pietre squadrate e con una nicchia centrale senza immagine (vi era stato messo nel secondo dopo guerra un quadro della Madonna del Conforto ); costituiva un punto importante per la popolazione e durante le rogazioni della parrocchia di Montalto. Ad inizio primavera il vano con l’immagine della Madonna veniva ricolmo dai devoti di papaveri viola che crescono abbondantemente nei terrazzamenti vicini, da giunchiglie, rosolacci, fiordalisi, ginestre fiorite e da tanti altri fiori di campo; per molti anziani e anziane di Malva, passando anche davanti al più vicino Madonnino di Sant’ Antonio, la maestà di Bellavista era il termine della passeggiata e un modo antico e sincero per esprimere la propria religiosità.

Nei pressi in basso e non visibile, c’è il ponte dei Serpenti dove si aggirava il fantasma della
contessa Libri
Improvvisamente, nei primi anni Settanta del secolo scorso, una mattina il madonnino fu trovato crollato per un improvviso cedimento strutturale. Alla popolazione di Malva e dintorni dispiacque molto della perdita della maestà votiva e vi furono molti dubbi e accese discussioni sull’origine del crollo, dopo pochi giorni tutta la zona fu ripulita delle pietre grandi e piccole e questa polemica durò molto a lungo. Subito dopo il crollo alcune persone di Malva rovistarono fra le macerie per salvare due piccoli quadri posti dalla popolazione nella nicchia e una grande statuetta fosforescente della Madonna che si intravedeva bene passando di notte. I due quadri dispersi rappresentavano uno la Madonna di Pompei e l’altro la Madonna delle Grazie.
Oggi si chiama “Madonnino di Bellavista” un edicola votiva in mattoni rossi eretta pochi anni fa, che il nuovo proprietario della bellissima storica ex colonica Bellavista ha costruito all’inizio del viale di accesso, in uno splendido contesto di campagna.
La strada in questione che univa la Setteponti alle Cave era chiamata della “Maremmana” perchè percorsa dai pastori transumanti in Maremma, che dai borghi della montagna lorese attraversando il monte Cocollo, passavano da Poggitazzi e dalla fattoria di Riofi si portavano poi nel Chianti . Di questo passaggio di greggi si è mantenuta la memoria sempre però più sbiadita perché l’ultimo passaggio è avvenuto nel settembre del 1947. L’importanza della strada di collegamento fra Setteponti e Cave è stata descritta bene nel volume “Piandiscò, un borgo e una pieve” di Silvano Sassolini e Antonia Dezza edito dal Servizio Editoriale Fiesolano nel 2000. A pag 286, su un capitolo intitolato “ La nuova strada dei Setteponti” si legge “ Tuttavia qualche anno dopo, intorno al 1840, con tale nome (Setteponti) si indica la carrozzabile che, provenendo da Arezzo, dopo Loro Ciuffenna, nei pressi di Montemarciano all’altezza della Maestà di Bellavista scende per Poggitazzi, Riofi, Renaccio al confine di Firenze fino a congiungersi con la Strada Regia del Ponte a Sieve. Ne consegue un declassamento del precedente tratto Castelfranco- Piandiscò- Reggello che ovviamente non incontra l’approvazione di queste comunità tanto che una delibera del Consiglio Comunale di Piandiscò del 1845 e l’altra del 1849 chiedono che la strada Provinciale anzidetta venga riattivata nei territori di Castelfranco, Piandiscò e Reggello eliminando da quella classificazione la sezione da Montemarciano (Madonnino di Bellavista) al figlinese che non poteva ricevere per i suoi rapporti e giacitura, che il carattere delle altre strade comunicative. L’occasione della richiesta è, in questo caso, il consenso e il contributo richiesti per alcuni lavori alla Sette Ponti nelle vicinanze di Arezzo; il Consiglio approva lo stanziamento solo se si procederà alla modifica richiesta. Su otto consiglieri ve ne sono però due che esprimono voto contrario; è probabile che siano i consiglieri di Faella che hanno il vantaggio di vedere al momento meglio curata la strada detta degli Urbini a tutto vantaggio del loro paese …. La svolta avviene (si legge sempre nel libro diSassolini- Dezza ) nel 1857 quando, per sovrana disposizione del governo granducale il tratto Loro – Reggello (e poi Leccio) viene classificato provinciale con lo stesso nome di Setteponti”. Ecco il testo pervenuto al Comune in data 15 dicembre di quell’ anno. “ Circa il proseguimento della Strada medesima dalla Maestà di Bellavista alla strada Regia del Pontassieve, passando da Castelfranco, Piandiscò, Cancelli e Leccio, S.A.I. e R. il Granduca, visto che il maggior numero di dette Comunità hanno assentito alla variazione da indursi nell’andamento di detta Via Provinciale nel tratto sopra indicato… si è degnato approvare la variazione stessa e di ammettere che una rata del relativo Lavoro di rettificazione faccia parte del reparto delle spese per le Strade Provinciali di questo Compartimento del prossimo futuro anno 1858”.
Da notare che la Maestà di Bellavista viene nei documenti granducali identificata nei pressi di Montemarciano da cui dista tre km perchè il paese di Malva (Malvanuova ) da cui è distante un km, in effetti non esisteva in quel periodo in quanto vi era solo la chiesa eretta nel 1692 e nei dintorni qualche colonica. La strada della Maremmana ebbe quindi per anni notevole importanza di traffico fino al 1960, quando iniziò un enorme movimento di terra che lentamente, spostandosi in più riprese, durante gli anni successivi cambiò totalmente la morfologia di quel territorio. Questa frana si differenziò da quella di Pisciola, di Tamacco e delle Cannelle perché non fu un movimento verticale. Negli anni successivi, una volta assestatosi il terreno , con un lavoro di ruspa furono ricreati coltivi e pascoli e un sentiero che oggi è il sentiero CAI 35, però in alcuni brevi tratti vi sono integri pezzi della vecchia strada comunale. In uno di questi segmenti c’è ancora il ponte dei Serpenti , molto conosciuto allora dove nessuno della zona passava di notte soprattutto durante quelle di plenilunio, perché c’era l’opinione diffusa che in quel punto si aggirasse il fantasma di una certa contessa Libri. La frana portò via anche il fantasma.
Frana di Tamacco (fra Persignano e Pientravigne) Novembre 1973
Il ponte del Bagnolo, chiamato così per la presenza fino alla metà del secolo scorso di un bagno per lavare le pecore prima della tosa, è un ponte a metà strada sulla via dei Setteponti fra Malva (Malvanuova) e Certignano sotto cui scorre uno dei tre rami sorgentiferi che poi a valle formano il borro del Fossato. Superato il ponte in direzione Castelfranco di Sopra, a qualche decina di metri sulla sinistra inizia una carrabile agricola in discesa che dopo circa 600 metri arriva in località Tamacco, una zona scoscesa e selvaggia fra le balze di Persignano (il bivio a sinistra per Tamacco inizia poco prima del bivio a destra in salita per Odina/Millepini) e Piantravigne.
La stradella transita a pochi metri di distanza da un evidente precipizio lungo circa 150 m e profondo in qualche punto qualche decina di metri, formatosi dallo profondamento verticale di un pezzo di terreno che prima scendeva dolcemente a una quota più bassa; lo sprofondamento avvenne alla fine del 1973 e non provocò incidenti se non cambiare la morfologia del territorio e avvicinare la stradella al precipizio che prima non esisteva. Questa enorme frana ebbe solo risalto locale però fu riportata con un piccolo articolo sul quotidiano La Nazione.
Frana delle Cannelle ( 3 Maggio 1995)
Dagli abitanti della zona il borro delle Cave viene chiamato con questa denominazione dalla sorgente nel Pian di Loro fino al Madonnino di Persignano, oltre, fino alla confluenza nell’Arno viene conosciuto come torrente Riofi. Le collinette di crinale che separano sulla riva sinistra del borro la vallecola di Riofi con quella del borro di Farnibona fino a Santa Maria, nei tempi passati anche molto distanti sono stati oggetto di grandi frane che hanno lasciato segni evidenti come in località Macinarotta, dove esisteva un vecchio mulino che con un lungo be
3rignolo prendeva l’acqua per macinare dal borro delle Cave. Il podere Cannelle, nella parrocchia delle Ville, è situato sotto questo crinale a circa 200 m di distanza dal borro nel tratto Madonnino di Persignano – Riofi e il proprietario, oggi scomparso, del fondo agricolo fu uno dei testimoni diretti dell’enorme frana lunga diverse centinaia di metri che si staccò dal crinale boscoso che divide le due vallecole. Era il pomeriggio del 3 maggio 1995 quando un forte boato scosse la valle e parte del dosso culminante sulla dorsale lato Persignano, fu inghiottito provocando in più punti una parete verticale che oggi è visibile solo in parte perché il rimanente coperto dalla vegetazione. Questa frana ebbe una immediata risonanza e venne riportata sia sui giornali che nelle televisioni locali e in quella nazionale regionale.
Frana sul sentiero CAI 51 (Castelfranco di Sopra ) anno 1995/6.
Quando a meta degli anni novanta del secolo scorso fu effettuata la segnaletica del sentiero CAI 51 questa passava dalla casa del podere Pometia , ma originariamente vi era un antico sentiero che evitava questa casa abbreviando il percorso e chiamato sentiero delle Fossate, il cui tracciato è riportato bene nella carta IGMI 1:25000 del 1942. Questo tratto di sentiero diventò poi nel tempo impercorribile per la presenza di arbusti e macchie per cui fu necessario usufruire dell’itinerario che si collegava a casa Pometia, allungando di poco il percorso. A fine anno 1995 o inizio 1996 una frana di enormi proporzioni si staccò dal dosso soprastante appena a valle della casa rendendo il sentiero chiuso ed inagibile. Dopo poco tempo la Pro Loco di Castelfranco di Sopra ripulì da piante ed arbusti il tracciato del vecchio sentiero delle Fossate e ripristinò l’antica viabilità. Questa frana ebbe pochissima risonanza ma il ripristino dell’antico sentiero fu riportato anche dalla stampa locale.
Il territorio delle balze è un territorio fragile dal punto di vista geofisico e questa ricerca limitata molto nello spazio geografico e anche nel tempo per mancanza di memoria, rende abbastanza bene l’idea di questa instabilità geologica che improvvisamente, spesso senza nessun preavviso, nell’arco dei secoli ha messo sempre in pericolo paesi e abitanti ed ha lasciato vistose ferite nel territorio.








