Testo di Rossana Casini
Immagini: cartoline illustrate (collezione personale)
Mi piacciono le immagini di grande armonia tra uomo e natura e trovo questa cartolina comprata a Camaldoli tanti anni fa, rappresentativa della vita immersa nella natura. La cartolina riproduce un grande castagno secolare della foresta di Camaldoli, con il tronco di circa sei metri di diametro, scavato dalle vicissitudini del tempo, tanto da creare un largo spazio al suo interno, dove, tutto raccolto, si vede un monaco seduto mentre con la sua lunga veste bianca è chinato su un libro, intento a meditare e pregare. Questa cartolina ci parla di un luogo in cui l’uomo cerca di vivere in armonia con la natura, in un rapporto aperto alla dimensione contemplativa. Tra preghiera e natura i monaci di Camaldoli hanno sempre vissuto, immersi con il loro eremo e il loro monastero nel folto di una foresta rigogliosa, ricca di sorgenti d’acqua e popolata da molte specie animali. Lo stesso soggetto della cartolina, un monaco ospitato nel tronco cavo di un castagno secolare, ci dà lo spunto per rileggere la storia di Camaldoli come storia di uomini e di alberi in stretta relazione. Infatti, sia dalla regola camaldolese che dai numerosi documenti storici, emergono chiare, lungo i secoli, le costanti attenzioni che hanno reso i monaci custodi del patrimonio forestale. Cura ed attenzione che si tradurranno in una vera e propria legislazione a tutela dell’integrità della foresta e in una straordinaria capacità tecnica, sia per il rinnovamento del bosco, sia per il commercio del legname, sia per la coltivazione delle erbe officinali. I monaci, dunque, custodivano una foresta che li custodiva; garantivano la vita alla foresta che garantiva ai monaci il silenzio e la contemplazione. Tra preghiera e natura vivono ancora oggi a Camaldoli i monaci. Non coltivano più la foresta (ormai sotto la tutela dello Stato) come i monaci di ieri, ma continuano a mantenere quel rapporto di armonia e di riconciliazione con il creato.
In Toscana ci sono numerosi esempi significativi di foreste legate alla storia di insediamenti monastici. La foresta è un elemento inscindibile dalla vita monastica, è il luogo fisico e psicologico per trovare quel silenzio e quella solitudine, indispensabili alla loro scelta di vita. Pensiamo alla foresta di Camaldoli, di Vallombrosa o alla foresta della Verna.
La foresta di Camaldoli – Nel 1012 Romualdo edificò cinque celle e una chiesa in loco qui Campus Malduli dicitur. Romualdo sintetizza in una soluzione originale l’eremitismo orientale e il cenobitismo benedettino, ossia che la vita dell’uomo ha bisogno sia della contemplazione che dell’azione. La foresta ha pertanto il duplice ruolo sia di assicurare all’Eremo l’isolamento necessario a una vita contemplativa che di ricavare il materiale per soddisfare le esigenze vitali. Per questo i monaci dedicarono fin dall’inizio molta attenzione alla gestione della foresta. Nel 1520 venne pubblicata la Regola della Vita Eremitica da parte del Beato Paolo Giustiniani, detta anche Codice Forestale, che conteneva le disposizioni sulla conservazione e l’utilizzazione della foresta. Il Repetti descrive agli inizi dell’800 la foresta di Camaldoli dicendo che i monaci “furono a tutti gli altri maestri nell’arte di custodire e trarre un maggior profitto possibile dalle foreste”. Della sensibilità paesaggistica dei monaci ne parla anche Cacciamani quando riferisce che già nel ’500 “i due eremiti addetti a segnare gli abeti dovevano risparmiare per quanto fosse loro possibile, le vie pubbliche e le località di accesso a Camaldoli e a Fontebona per non deturpare inutilmente la bellezza del paesaggio”.
La foresta di Vallombrosa – Nel 1036 il monaco benedettino Giovanni Gualberto si ritira in questa foresta. Nel 1058 venne fondata una chiesa in pietra e in seguito a vari ampliamenti fu costruito il monastero, poi elevato ad Abbazia. Le prime notizie sulla coltivazione dell’abete risalgono al 1350 e a dal 1500 è documentata una intensa attività di piantagioni regolari di abete. Tra il ’600 e la fine ’800 si avrà il periodo della massima espansione di questa forma colturale, forse la più redditizia del tempo, che caratterizzerà il paesaggio forestale di Vallombrosa. I boschi creati dai monaci divennero modelli di coltura forestale e l’Abate Forrnaini agli inizi dell’800 fece, in due memorabili opere, una sintesi dell’arte di coltivare gli abeti da parte dei monaci. Ed è proprio nell’Abbazia di Vallombrosa che nascerà nel 1869 la scuola forestale italiana (Regio Istituto Forestale). Nel 1951 San Giovanni Gualberto fu proclamato patrono del Corpo Forestale dello Stato e dei forestali italiani.
La foresta della Verna – La foresta divenne nota quando il Conte Orlando Cattanei donò a Francesco di Assisi nel 1213 il monte della Verna “molto solitario e salvatico”. È il luogo in cui Francesco nell’estate del 1224 ricevette le Stimmate. I frati cominciarono ad abitarvi stabilmente quando furono completati i primi edifici in muratura che consentivano di passare il rigido inverno, e da allora sono rimasti lì nonostante le varie vicende storiche.
La foresta monumentale della Verna si articola in diverse tipologie e ricchezza di alberi: bosco misto faggio-abete, faggeta pura, boschi misti con abete bianco, faggio, aceri, frassini, carpini, querce, sorbi, maggiociondoli. Grandi alberi monumentali sono presenti nella foresta: abeti che raggiungono i 50 metri di altezza e oltre 300 anni di età, così come numerosi faggi e aceri. Per quanto riguarda l’abete bianco si tratterebbe di un probabile residuo di un’antica popolazione di origine naturale. La foresta è caratterizzata da una straordinaria ricchezza floristica dovuta anche alla presenza di pareti verticali, di fessurazioni e cavità nella roccia, di piccole frane dove si sono create condizioni microambientali che consentono di conservare specie rare. Una foresta di alto valore scientifico, naturalistico e didattico, dove si custodiscono valori storici, culturali e paesaggistici. Un luogo per la ricreazione del corpo e dello spirito. Anche ai francescani si deve molto nella conservazione della natura, della biodiversità, del paesaggio forestale.
Nel nostro Pratomagno, da ricordare la selva dei monaci dell’Abbazia di Santa Trinita in Alpe
La fondazione dell’Abbazia di Santa Trinita in Alpe si fa risalire tra il 950-970, quasi certamente il 960 quando Ottone I venne a Roma per essere incoronato Imperatore. Accompagnavano Ottone I due sacerdoti Pietro ed Eriprando i quali, al termine del viaggio decisero di rimanere insieme ad altri compagni tedeschi e fondarono un oratorio e un ospizio in località Fonte Bona. Nonostante una serie di vicende travagliate costruirono una chiesa in onore della Santissima Trinità, di Santa Maria e San Benedetto e poi un monastero. I monaci eseguirono un’importante trasformazione del territorio circostante sia con seminativi che con la costituzione di una grande selva di castagni. Corsi Salviati dà testimonianza alla fine dell’800 che
“…a una mezz’ora di cammino dal villaggio (Carda), circondato da migliaia e migliaia di enormi alberi di castagno…spicca un individuo eccezionale di 18 metri di circonferenza alla base
”. Quando tra il ’55 e il ’65 del secolo scorso vennero abbattuti la maggior parte dei castagni da frutto furono contati sulle ceppaie dai boscaioli anche 600 anelli. Qui non esiste documentazione scritta, in quanto l’Abbazia andrà in declino fino dal ’400, per essere poi annessa a quella di Vallombrosa.
La gestione forestale dei monaci.
La gestione del patrimonio forestale da parte dei monaci potrebbe essere sintetizzata come “gestione forestale sostenibile” dal punto di vista economico, sociale ed ecologico.
Gestione economica: dalla gestione della foresta si otteneva legname da costruzione tra cui quello prezioso di abete, legna da ardere, miele, castagne, funghi, carne e latte dagli allevamenti. A Camaldoli la raccolta e la trasformazione delle erbe medicinali sosteneva la farmacia e lo spedale.
Gestione sociale: a Camaldoli le attività forestali potevano occupare da 20 a 40 operai con punte di 100. Con i proventi delle attività forestali si potevano sostenere le opere di assistenza ai malati e ai poveri, tra cui la dote per le ragazze delle famiglie meno abbienti.
Gestione ecologica: intesa come uso conservativo del patrimonio naturale, si rifaceva al principio biblico dell’uomo “custode e coltivatore”. Con le soppressioni venne meno questo sistema di gestione forestale. Quella granducale del 1776 e quella napoleonica del 1810 non ebbero effetti sensibili mentre fu molto più incisiva la soppressione sabauda (R.D. n. 3036 del 7 luglio 1866). Infatti gran parte del patrimonio fu messo all’asta e acquistato da privati, in altri casi fu fortunatamente affidato all’ Amministrazione forestale del nuovo Stato italiano.
Dal 1993 è stato istituito “l’Ente Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna”.
- Guzzoni Enzo, Selve e spiritualità nelle foreste casentinesi – CAI
- Cacciamani Giuseppe Maria, L’antica foresta di Camaldoli: storia e codice forestale, Camaldoli, 1965
- Parchi, Rivista del Coordinamento Nazionale dei Parchi e delle Riserve Naturali, numero 16-Ottobre 1995




