Il Ceppo di Natale

Loro Ciuffenna Terre Alte Valdarno

Il Ceppo di Natale

Il Ceppo di Natale è una delle tradizioni popolari più antiche legate a questa festività; consiste nel bruciare un grosso tronco di legno, chiamato appunto ceppo (o con altri termini dialettali, a seconda della cultura in cui è stato diffuso) all’interno del camino della famiglia. Il ceppo viene fatto ardere durante la notte di Natale oppure per tutte le notti delle festedalla Vigilia fino all’Epifania.  Il ceppo aveva anche un significato simbolico, ovvero il legno che ardeva era il simbolo del passato e nel nuovo bruciare si cercavano di cogliere dei presagi su come sarebbe stato il nuovo anno; le ceneri venivano poi raccolte e sparse nei campi per assicurarsi dei buoni raccolti, ma non solo: ai resti del ceppo venivano attribuiti dei poteri taumaturgici e venivano usati per curare gli animali e aiutarli nel parto ed anche per proteggere il raccolto.

Quella del ceppo è una tradizione diffusa in tutta Europa, dai paesi scandinavi fino all’area del Mediterraneo. Sebbene le prime tracce documentate risalgono al XII secolo, le sue origini sono sicuramente più antiche: l’affinità tra il focolare natalizio e l’altare domestico dedicato agli antenati è chiaramente presente prima del cristianesimo, con similitudini che possiamo estendere anche all’usanza dei grandi falò che dovevano scacciare le tenebre del solstizio d’inverno. Bruciare il ceppo aveva un valore propiziatorio nell’antica tradizione agraria. Tradizione diffusa, oltre che in Italia, anche in Inghilterra e in Francia, dove si chiama “bouche de Noël”. In Provenza, per esempio, le ceneri avevano la virtù, se messe sotto il letto, di proteggere la casa dagli incendi e dai fulmini per tutto l’anno; aveva inoltre il potere di guarire il bestiame dalle malattie. Le ceneri sparse per i campi potevano impedire che il grano ammuffisse. In Germania fino alla metà del secolo scorso veniva messo ad ardere un pesante blocco di quercia, le ceneri si spargevano nei campi durante le dodici notti tra Natale e l’Epifania, allo scopo di stimolare la crescita delle messi.
In Serbia era tradizione bruciare il ceppo, che poteva essere di quercia, di olivo, oppure di betulla, e questo aveva il potere di proteggere il raccolto dalla grandine; anche in Albania le ceneri del fuoco del ceppo di Natale venivano sparse per i campi, poiché avevano la capacità di fertilizzare il terreno.

La tradizione è talmente diffusa e tanto legata alle festività invernali, che in alcuni contesti il ceppo rappresenta esso stesso il Natale: in alcune zone della Toscana, ad esempio, la festa di Natale veniva chiamata “Festa del Ceppo”. Con l’avvento del cristianesimo l’usanza si è caricata di nuovi significati sacri: il ceppo servirebbe infatti ascaldare Gesù, quindi è necessario lasciarlo acceso dalla Natività fino all’Epifania. Secondo la nostra tradizione contadina, durante la vigilia di Natale il capofamiglia poneva nel focolare di casa un grosso tronco di legno di quercia, il tronco poteva anche essere di altro tipo di legno, per esempio un grosso ceppo di olivo, ma il requisito essenziale era che doveva bruciare lentamente. Il ceppo poteva essere lasciato ardere anche nelle successive notti fino all’Epifania; se non era abbastanza grande, si provvedeva a sistemare sopra altra legna in modo che potesse bruciare lentamente, da Natale fino alla Befana. I dodici giorni simboleggiavano i dodici mesi dell’anno. Terminati i 12 giorni si raccoglievano le ceneri, che venivano sparse nei campi per propiziare un buon raccolto. È importante sottolineare che il ceppo nelle nostre campagne non si limitava a svolgere la funzione di focolare domestico, ma era anche un vero e proprio portatore di doni. L’albero di Natale e Babbo Natale, gli elementi più caratteristici della festività attuale, sono arrivati nel nostro territorio dal nord Europa soltanto nel XX secolo; negli anni precedenti le loro caratteristiche erano ricoperte proprio dal ceppo. In Valdichiana la tradizione del Ceppo di Natale è stata oggetto di diversi studi, sono state raccolte testimonianze delle celebrazioni provenienti dalla campagne in cui veniva appiccato il fuoco al ceppo il giorno della vigilia di Natale. La cerimonia era accompagnata da varie tipologie di preghiere, filastrocche o canzoncine recitate dai bambini della casa, chiamate “Ave Maria del Ceppo”, di cui la seguente è una testimonianza che risale al 1926:

“Avemmaria del Ceppo,
angiolo benedetto!
L’angiolo mi rispose:
Ceppo mio bello, portami tante cose!”

Il ceppo poteva anche essere addobbato con candele, ninnoli e dolcetti, da distribuire poi tra i bambini di casa. Questa tradizione si ritrova anche nella città di Firenze.

Nella mia famiglia il rito del Ceppo di Natale era conosciuto e praticato. I nonni materni, che abitavano alla “Casetta” vicino a Gello Biscardo, piccolo casolare lungo la strada che proveniva dal Casentino, la notte di Natale mettevano ad ardere nel grande camino un tronco di legno, che veniva coperto con un po’ di brace prima che tutta la famiglia si recasse alla Messa di mezzanotte. La mattina del 26 dicembre la mia bisnonna, donna autorevole e personaggio di spicco della famiglia, raccoglieva la cenere del camino e la spargeva nei campi, soprattutto nella vigna e sotto gli ulivi, pronunciando a bassa voce delle litanie e invocazioni che non riuscivo a comprendere esattamente ma che mi suscitavano sempre un po’ di timore. Un rito propiziatorio che veniva svolto con grande serietà e che faceva pensare più alla magia che alla religione. Il ceppo era stato scelto con cura durante l’anno quando venivano dissodati i campi ed era conservato per questo specifico impiego. La nonna paterna, che abitava a Casamona, quindi sul versante del Pratomagno che guarda il Valdarno, nel periodo natalizio era solita chiedermi “che ti porta il ceppo quest’anno?” oppure “dove vai per il ceppo?” (Raramente le ho sentito pronunciare la parola Natale), definendo quindi il 25 dicembre come Ceppo portatore di doni. Babbo Natale si è imposto solo in tempi recenti, soprattutto nelle piccole comunità della nostra montagna.

Dell’antica usanza di bruciare il ceppo resta memoria nel nome del dolce natalizio tradizionale chiamato “tronchetto di Natale”, un dolce di cioccolata a forma di tronco d’albero, che spesso viene servito insieme a panettone e pandoro durante la cena della vigilia o alla fine del pranzo di Natale.

Rossana Casini

1. Accademia della Crusca, La tradizione del ceppo in Toscana.

2. P. De Simonis, Europa: le tradizioni popolari del Natale, Firenze, Comune di Firenze 1985.

3. P.Fanfani, Vocabolario dell’uso toscano, Barbera, Firenze 1863.
4. G.Giannini e A. Parducci, Il popolo toscano, Trevisini, Milano 1926.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.