I’ foco a lètto (Scaldaletto o Prete + Cecia ).

Terranuova B.ni Terre Alte Valdarno

Coloro che hanno una certa età sicuramente si ricorderanno il modo, in inverno, di scaldare il letto  prima di coricarsi usando lo scaldaletto e la cecia. Anche nel nostro Pratomagno (ma non dappertutto)  lo scaldaletto veniva chiamato “ il prete”,

Questo, nonostante il progresso, è un  sistema usato ancora oggi in  diverse  abitazioni dei nostri paesi montani e  proviene dalla storia e dalle abitudini delle popolazioni di montagna e contadine. Quando non esistevano in montagna, ma anche in pianura  termosifoni e coperte, è stato l’arma di salvezza con cui veniva combattuto  il freddo nelle notti d’inverno.

L’oggetto in questione si compone di due parti, una lo “scaldaletto o prete” in legno costituito da due semiarchi  uniti, ad una data distanza, da due stecche triangolari  orizzontali nella parte finale e distanziati verticalmente nella parte centrale da alcuni regoli laterali. Il tutto aveva una forma di barchetta,  cui  nella parte più alta interna tramite un gancio, si attaccava un contenitore metallico chiamato “cecia”.

Negli scaldaletti di “ultima generazione” (anni  60 del secolo scorso)  era stato applicato un dispositivo che, azionato  annullava la distanza verticale fra  i due semiarchi, rendendo tutto l’apparecchio piatto in modo che non prendesse eccessivo spazio durante il “non uso”

Qualche ora prima di andare a dormire, lo scaldaletto veniva inserito nel letto sotto le coperte tra le lenzuola, nella parte  dove normalmente uno si coricava

La cecia veniva riempita di braci ardenti prelevate dal focolare o dalla stufa, coperte da un leggero strato di cenere e attaccata al gancio interno perché, rimanendo sospesa ad una certa altezza, poteva scaldare il letto evitando il contatto delle lenzuola.

Senza togliere nulla a qualsiasi altro tipo di riscaldamento, il benessere dato da questo oggetto, da togliere o da spostare nel momento in cui andavamo a dormire era incredibile, in quanto la cenere e le braci asciugavano  e toglievano dal letto tutta l’umidità, riscaldando la zona tra i lenzuoli  in maniera uniforme e prolungata. Personalmente ricordo ancora la piacevole sensazione di mettersi a letto sotto coperte e lenzuola caldissime quando fuori imperversava il vento o la pioggia: ciò dava un forte senso di protezione, anche se la camera era completamente fredda  e il respiro si condensava trasformandosi in nuvoletta.

Nella nostra montagna, fra le altre funzioni di questo strano oggetto, c’era anche quello di favorire la lievitazione del pane fatto in casa. Molte volte  in inverno, il forte freddo non permetteva la normale panificazione e rallentava la crescita dell’impasto farina, acqua e lievito; quindi si provvedeva a metterli sotto le coperte dove il calore accorciava o metteva in moto il processo chimico di lievitazione.

Le origine del nome “prete nel letto” sono ancora oggi abbastanza incerte, come è difficile l’origine del nome “cecia” che è  etimo incerto usato soprattutto in Toscana.

Come notizia posso dire che  il nome prete è sostituito a seconda del luogo dove ci si trova: “ prete” è usato nella montagna tosco-emiliano romagnola mentre nel triveneto è sostituito con il nome di “monaco”; in altre zone addirittura si chiama “frate”.

Certo questi riferimenti a religiosi sono alquanto strani  ma secondo alcuni studiosi hanno origine  da segnenti, in chiave ironica, di vita paesana dove non mancavano certi riferimenti “boccacceschi” durante il periodo di transumanza in montagna e nella mietitura al piano, quando gli uomini dovevano allontanarsi dalle loro famiglie.

Nelle foto: lo scaldaletto o prete  con la cecia.

Foto e testo di Vannetto Vannini

 

 

 

 

 

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