IL SISTEMA CASTELLARE DI LUCOLENA

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Il territorio intorno a Lucolena era un perfetto sistema di controllo della strada che dal chianti (Radda) arrivava a Ponte agli Stolli e della parte superiore del torrente Cesto.Vi mostriamo una cartina che denota a prima vista questo sistema castellano.

Il CASTELLO DI LUCOLENA

Due sono le possibili etimologie del toponimo “Lucolena: La prima si riferisce al cosiddetto “sasso scritto” trovato a Fonte Santa, sopra l’Antella: frasi scritte in lingua etrusca indicanti i confini delle tribù dei Corsina e degli Euleni ( Lucus Euleni:bosco sacro agli Euleni, quindi Lucolena). Il secondo che fa derivare il nome dal latino: Lucus Lenae: bosco sacro a Lena, sacerdotessa di un tempio dedicato a Vesta, dove poi si eresse la Torre degli Azzi, ma già utilizzato dai Romani, come luogo di sosta, nella strada trasversale che univa la Cassia Adrianea a quella che transitava più ad ovest, verso Strada e Cintoia, entrambe nella direttrice sud-nord. Il castello di Lucolena è un caso molto particolare. Il Domizio (Dimezzano, in cui è ancora leggibile la struttura fortificata) , il borgo attuale di  Lucolena,  insieme alla Torre de Sole (Torsoli) e alla Torre degli Azzi, detta anche Castellaccio, formava, insieme con Pescina, il poderoso sistema difensivo della valle del Cesto. Anche i resti dell’antico castello, in località “Castellaccio” appunto, dal quale si sviluppò il paese omonimo e risalente al periodo etrusco-romano, come attestano i ritrovamentI di materiale fittile nel luogo e posto nel comune di Greve in Chianti, pur essendo posto a 642 mslm sul versante valdarnese dei monti chiantigiani, sono un caso particolare perché, attraverso i documenti, possono essere seguiti nell’evoluzione delle strutture che in tempi recenti sono state oggetto anche di un interessante scavo archeologico che ne ha evidenziato le varie fasi costruttive. I ritrovamenti archeologici e le informazioni tratte dalla lettura stratigrafica degli elevati indicano infatti la presenza di almeno tre fasi costruttive del primitivo castello di Lucolena. Annessa alla primitiva Torre degli Azzi vi era una chiesa dedicata a San Cristoforo, protettore dei viandanti, nella quale fu redatto il primo documento noto che nomini Lucolena. Con esso Rachiberto del fu Azzo vende a Azzo di Teuzzone un pezzo di terra di dodici “stiora” per il prezzo di soldi tre. Questa permuta avviene nell’ ottobre del 989. In seguito è documentato nel 1005, essendo citato in un rogito in cui è menzionata per la prima volta anche la Pieve di San Romolo. I proprietari che si alternarono per tutto l’XI° secolo sono dapprima gli Azzi e quindi i “da Montacuto” successivamente i ff. Griffi e dopo i Da Cintoia, per alcuni anche i Pazzi. In un documento del gennaio 1059, in una donazione di Pietro fu Guglielmo alla badia di Passignano, si cita la presenza di una torre nel castello. Le famiglie che vi signoreggiavano ebbero stretti rapporti sia con la Badia di Montescalari che con quella di Passignano. Anche i due cenobi possedevano beni cospicui nel castello e nella sua corte. Nel 1302 il castello venne semidistrutto allorché tutta la contrada di Lucolena venne messa a ferro e a fuoco dagli Ubertini di Gaville, dai Cerchi e da altri fuorusciti del Comune di Firenze, ma in seguito fu ricostruito. All’inizio del XIV° secolo iniziò l’abbandono, per motivi non chiari, del primitivo castello e cominciò il progressivo sviluppo del borgo vicino, anche questo all’inizio fortificato. La chiesa di Santo Stefano a Lucolena, unica rimasta dopo che la chiesa castellana di San Cristofano è stata dismessa dopo l’abbandono del castello ed inglobata in una casa colonica che attualmente è divenuta un agriturismo, è posta all’esterno del borgo fortificato di Lucolena

. Risale all’XI° secolo e fa parte del piviere di Gaville nella Diocesi di Fiesole. Ha subito molteplici rimaneggiamenti nel corso dei secoli, interventi documentabili si hanno nel 1446, nel 1599, nel 1691 e nel 1840 quando viene realizzato il campanile a pianta quadrata che sostituisce l’antico campanile a vela. Attualmente è caratterizzata da un portico in facciata realizzato nel 1848 e restaurato nel 1954. La scalinata posta di fronte alla facciata è del 1955. L’interno ad una navata custodisce due affreschi di scuola fiorentina del Cinquecento con San Giuseppe e San Benedetto, e una tela del Seicento con Crocifissione e Santi, riferibile al pittore fiorentino Cosimo Gamberducci.

 

 

 

 

IL CASTELLACCIO DI LUCOLENA

 Il primo sito incastellato di Lucolena è posto su di un colle a nord dell’attuale abitato. Gli studi archeologici che finora sono stati condotti nel sito del Castellaccio  indicano, come abbiamo già detto, la presenza di almeno tre fasi costruttive del primitivo castello di Lucolena:

– la fase più antica è quella della costruzione della torre del cassero, molto probabilmente l’antica Torre degli Azzi qualitativamente molto raffinata (fine XII secolo? Posizionata al limite della zona D);

– la seconda fase riguarda lo sviluppo della stessa area “D” con la costruzione di altre strutture e della prima cinta muraria con porta sul lato nord,

– infine lo sviluppo dell’abitato, poi fortificato con altre mura, (area B ed A) della seconda torre e di altri ambienti.

Il sentiero giunge all’area definita nella pianta con la lettera “C”, che sembra costituire una cesura tra le altre tre zone (“A”, “B” e “D”). Si tratta probabilmente di un’area nella quale doveva essere un fossato, collocato immediatamente alla base delle mura del cassero, di cui rimangono tracce evidenti dell’angolata ovest.

L’area “D”, che è stata oggetto di scavi negli ultimi tre anni, è chiaramente identificabile, per il tipo di paramento murario e per la posizione dominante rispetto al resto dell’abitato, come la zona più antica del castello, probabilmente assimilabile al sito del cassero. Salendo sulla parte più alta del rilievo è possibile notare, sul lato sinistro alcuni ambienti di grandi dimensioni con muretti alti circa 30-50 centimetri che definiscono edifici e vani di cui, con ogni probabilità, era composto il cassero. Essi sono tutti collocati in stretto rapporto, anche se sembrano più tardi, con una struttura centrale: la torre rettangolare che occupa l’angolo orientale del primo circuito murario castellano.Tutti gli ambienti sono stati costruiti con pietra arenaria tagliata in medie dimensioni disposta in filari regolari e paralleli: una tecnica di lavorazione che daterebbe questa struttura almeno ai secoli XII-XIII. Si tratta infatti di una muratura particolarmente raffinata, soprattutto per la finitura detta a subbia corrente (ottenuta per sfregamento di uno scalpello a punta) della superficie delle pietre abbellite da un nastrino che circonda tutto il perimetro delle bozze.

Sul lato interno settentrionale della torre si nota la presenza di uno scalino lungo tutto il muro la cui funzione non è ancora molto chiara, mentre sul lato occidentale è possibile identificare una soglia di grandi dimensioni che indica l’imposta di una porta di accesso, ancora oggi ben visibile e riccamente lavorata. Immediatamente a sud della torre si trova un piccolo ambiente rettangolare forse utilizzato come deposito di beni o derrate (celliere). Sempre nell’area del cassero vi sono inoltre molte scorie ferrose e alcune pietre rosse e nere che portano tracce evidenti di lavorazione di una fornace per calce, utilizzazione conosciuta almeno fino all’immediato dopoguerra che lascia intuire anche la trasformazione dei resti come cava di pietra. Tra i ritrovamenti archeologici più significativi vi sono alcune monete che datano la frequentazione del sito tra XI e XIV secolo e frammenti ceramici acromi di difficile datazione.Negli strati di crollo del soffitto si sono ritrovate grandi lastre di ardesia, che potrebbero essere identificate come la copertura dei tetti degli edifici del castello.Interessante il rinvenimento, al di sotto della torre, di una serie di ceramiche databile al periodo etrusco-romano, che lascerebbero ipotizzare la frequentazione del sito fin dall’Età classica: in quest’area sono state rinvenute molte tegole etrusche con impasto grezzo e granuloso, databili molto probabilmente al III sec. a.C. Scendendo verso sud lungo la strada che attraversava l’intero insediamento, si supera il sito del fossato (area “C”) per giungere in quella che si può supporre fosse la parte più densamente abitata. Purtroppo qui non sono stati ancora effettuati scavi sistematici, ma una ripulitura superficiale ha messo in evidenza l’esistenza di una serie di ambienti di grandi dimensioni, i cui paramenti murari appaiono leggermente più irregolari rispetto a quelli del cassero, e per questo databili ad un periodo più tardo rispetto alla torre. Da un ambiente molto ampio di quest’area provengono alcuni materiali di periodo etrusco, misti a ceramica medievale, ma la notevole quantità di scassi abusivi non permette una lettura chiara della stratigrafia.Il terzo ambiente presente nella parte più meridionale dell’area “B” costituisce una delle sezioni delle mura meglio conservate e più elevate dell’intero castello e sul lato settentrionale di questo vano sono stati ritrovati moltissimi materiali, anche di notevole qualità: ceramica da mensa databile al Duecento, tra cui torcioni e boccali. L’area “A” del castello è infine occupata da una struttura che sembra riproporre l’impianto di una torre, a sud della quale si erge una cisterna di forma rettangolare addossata alle mura e piuttosto ben conservata. Si tratta di un ambiente ricavato tra le mura del castello e le strutture interne ad esso, la cui riconoscibilità è resa possibile anche dalla presenza di un intonaco rossastro (cocciopesto) a tratti ancora ben conservato che aveva una funzione impermeabilizzante delle pareti della cisterna. Addossate ad essa e alla seconda torre dell’abitato, si notano tracce evidenti di un secondo circuito murario che forse riproponeva in corrispondenza della porta meridionale lo stesso apparato difensivo del cassero. Dal centro dell’area “B” verso ovest è possibile, percorrendo un altro sentiero, scendere verso la chiesa di San Cristofano, la cui facciata si trova proprio sul sentiero, parzialmente inglobata in corpi di fabbrica più recenti ed oggi parte integrante della fattoria del Castellaccio

(La descrizione del Castellaccio è a cura del Gruppo Archeologico di Greve, le foto sono nostre)

OTTAVO

Ottavo come pietra miliare, ad una distanza di otto miglia, molto probabilmente da Bituriha, una famosa “mansio” della tabula pentaurigeniana che indicava la strada romana conosciuta come Cassia Adrianea, fatta costruire dal console Adriano nel II° secolo d.c. e che qualche storico ha indicato come l’antica Radda.

La strada era molto importante per gli spostamenti degli eserciti e dei mercanti, dal tempo dell’impero romano fino al tardo medioevo. In seguito il percorso fu sostituito da quello più facile verso la piana dell’Arno. Ottavo faceva parte del sistema difensivo del castello di Lucolena (il secondo castello, quello del 1300).

Ne chiudeva l’accesso da nord/nord-est insieme a Pescina, mentre a sud, sempre sulla strada che proveniva da Radda, vi erano Dimezzano e Torsoli. Sappiamo che tutto il complesso difensivo che si imperniava su Lucolena era a guardia, olte che della strada che abbiamo appena ricordato, anche del torrente Cesto (in blu nella cartina) che, avendo portata costante tutto l’anno, era molto importante per la sua capacità molitoria e quindi economica. La forma dell’immobile più importante di Ottavo che si può notare nella fotografia è molto probabilmente l’antica struttura fortificata. Il palazzo ha due semitorri ai lati, una più evidente, con la cortina muraria tra le due torri inserita nelle attuali abitazioni. Notare il fianco sinistro senza aperture. Al terzo piano di questa torre è presente una bifora. Intorno vi sono delle case contadine adagiate ai lati dell’antica strada che passava attraverso l’agglomerato come si vede anche dalla cartina del catasto dell’inizio dell’ Ottocento.

 

 

 

Durante il cinquecento ed il secolo successivo la famiglia De Stefani fu quella largamente più importante del luogo. Disponeva di notevoli mezzi economici e di numerose proprietà immobiliari. Nel 1602 fece costruire l’adiacente cappella che fu intitolata ai Santi Simone e Giuda  La cappella ad unica navata con tetto a capanna è preceduta da un portico sorretto, sopra ad un basso muretto, da due colonne tuscaniche molto ben proporzionate, sormontate da un capitello molto semplice, e da due pilastri quadrangolari laterali che si accoppiano con le due lesene ricavate sulla facciata. Il tutto è molto leggero gradevole e regge un’architrave in legno che sorregge a sua volta il tetto del portico. La facciata, l’unica delle pareti esterne intonacata, ha tre piccole aperture oltre alla porta, tutte sono riquadrate in pietra serena. Sopra il tetto è posto un piccolo campanile a vela con una sola campana.La villa che la affianca è molto probabilmente stata edificata dalla stessa famiglia che aveva il patronato della chiesa.

PESCINA

Pescina, nome secondo il Pieri derivante dal termine romano con cui veniva indicato in genere il pesce: “piscis” appunto, da mettere forse in relazione con le acque del vicino torrente Cesto e di una possibile piccola piscina di allevamento di pesci. Pescina viene ricordata in un rogito presente nei documenti della Badia a Passignano rogato nell’anno 1005: “in loco Loculina ubi et la Pisscina vocatur”. Nel contratto un certo Teuzo del fu Gherardo acquistò metà di una casa ed una “sorte” di terreno da Alberto del fu Giovanni menbro della famiglia in quel momento più influente sul castello dei “Filii Griffi” che in seguito però spostarono la loro sfera di influenza più a nord, nel castelo di Montauto in val d’Ema, alle porte di Firenze.Altri due documenti, il primo del 1086 ed il secondo del 1330 nominano la località in rogiti di comprevendita di terreni il primo e di un contratto nunziale per il secondo.

Pescina era un agglomerato di case ed abitanti più importante di Ottavo e per questo, pur non essendo un vero e proprio castello, aveva sicuramente delle difese, fra cui si devono certamente inserire delle mura perimetrali. Era posta al controllo della strada che scendeva dal crinale di Monte Lisoni – Poggio Acuto, oltre il quale si scendeva in Valdarno verso Gaville e la sua pieve. La cosa ci sembra confermata delle abitazioni ancora presenti che, oltre alla posizione molto ravvicinata di tutte a fomare un complesso compatto, facilmente sbarrabile nelle aperture esterne, mantengono nella parte a sud un andamento convesso delle muraglie che sono state col tempo inglobate nelle case e che dovevano essere la parte più forte della difesa.

La chiesa era esterna al vero e proprio castelletto, posta sulla strada che attraversava il borgo. Ancora oggi nelle abitazioni sono visibile degli stemmi in pietra che, convenientemente studiati potrebbero dare risposte sulle famiglie proprietarie degli immobili e patrone della chiesa.

 

 

 

 

DIMEZZANO

Dimezzano, dal nome di persona latino “Domitianus” , si trova a sud del castello di Lucolena e, insieme alla Torre de Sole (Torsoli), Lucolena di sotto e Pescina con Ottavo formava il poderoso sistema difensivo dell’alta valle del Cesto. Fortunatamente ancora non intaccato da speculazioni edilizie, considerata la conformazione degli immobili che lo compongono, troppo grandi per essere delle semplici case di contadini, e la storiografia che lo interessa, rimane un esempio ancora attuale di castellare.  La strada attraversava questo poderoso avamposto che aveva su entrambi i lati  un luogo fortificato. Le torri con evidenza scapitozzate, ricordano i provvedimenti di Giano della Bella del 1290 contro i magnati fiorentini, ma sono ancora impressionanti per la loro espressione di potenza che nasce dalle muraglie compatte, con piccole aperture che, evidentemente, sono state aggiunte nei secoli per adattarle alla funzione di abitazioni . Il toponimo, nelle carte dei “Capitani di parte Guelfa” è Dimezzano. Dice il Repetti: alla fine del settecento infilzati tra sasso e sasso nella torre del Domizio si vedevano puntali di frecce; sembra infatti che reperti medioevali furono trovati durante lavori di restauro e siano gelosamente conservati. Anche questo castellare aveva una cappella molto semplice, particolarmente frequentata da chi, in attesa di un pretendente o di un pargolo, chiedeva una grazia.

 

 

 

 

TORSOLI

E’ posto a 690 metri sul livello del mare presso il crinale dei monti che separano il Valdarno dal Chianti di Greve, sotto il monte San Michele, il più alto del Chianti, sopra le sorgenti del torrente Cesto di Gaville nel pluviale valdarnese. Il nome deriva da “Torre del Sole”, molto probabilmente a causa della sua posizione che la vedeva illuminata dal primo sole mattutino. Sicuramente vi era una torre che era a guardia della strada. Infatti la località era importante perché, oltre ad essere un crocevia importante, si trovava su di una antica strada che veniva chiamata “La strada dei poggi”. Questa collegava la Badia a Montemuro, posta a sud, a Lucolena, posta a nord  e che, prima di Montemuro, saliva da Radda. Inoltre era punto di sosta per chi voleva andare dal Valdarno, proveniente da Caiano o da Montedomenichi, verso Greve e viceversa, passando per Canonica e Melazzano, come è evidente dalla cartina del Catasto Leopoldino. Si potrebbe ipotizzare che i due documenti del 1079 dell’archivio di Montescalari che parlano della presenza di un “Guardingo”, insieme a quello del 1097 della Badia di Passignano che ricorda la presenza di una torre anche questa chiamata “Guardingo”, contrariamente a quanto pensano alcuni che la identificano con la “Torre degli Azzi”nel Castellaccio di Lucolena, siano invece riferibili ad una torre longobarda, come dice chiaramente il nome, presente sì nelle vicinanze di Lucolena, ma indicante proprio la Torre del Sole. Dove i Longobardi potevano mettere una tale torre di avvistamento se non in un luogo importante e che controllava ben quattro direzioni. La stessa cosa non si potrebbe dire di una posizione collocata nel Castellaccio di Lucolena, troppo lontana dalla “strada dei poggi”. La prima menzione del nome della località è presente in un documento scritto in Pietrafitta li 27 luglio 1050 che, insieme all’altro del 15 giugno 1080, entrambi presenti nell’archivio di Passignano, attestano un contratto  attraverso il quale l’Abate del cenobio da in affitto dei poderi posti nei pressi di San Gaudenzio a Torsoli, piviere di San Romolo a Gaville, Diocesi di Fiesole. Un terzo documento del 1164, questo molto importante, essendo il documento con cui Federico Barbarossa riconosce ai Conti Guidi le loro proprietà, indica Torsoli come una di queste disponibilità della famiglia comitale. Negli anni successivi la proprietà di Torsoli passò agli Ubertini di Gaville. Ne può fornire testimonianza una controversia del 1200 circa per  una modifica richiesta del piviere di San Romolo a Gaville, avversata dalla famiglia Ubertini, e contrastata, nella sostanza, dai castelli o popoli che a loro facevano riferimento fra i quali appunto il popolo di Lucolena e quello di Torsoli. Al tempo della seconda invasione aragonese la “fortezza di Torsoli” risulta affidata a Pier Giovanni Ricasoli che ne è Commissario nel 1480. Successivamaente i Capitani di Parte finanziarono il mantenimento fino al 1520. Da quel tempo fu affiadatra al popolo di Torsoli che molto probabilmente cessò la manutenzione. Esistono dei documenti del 1602 infatti che indicano come gli stessii popolani di Torsoli chiedessero di demolire i resti della torre che da tempo immemorabile era stata edificata e che a quel tempo era ridotta ad un rudere che minacciava di cadere su popolani inermi. La torre, secondo tali documenti, si trovava nel resede della chiesa, nel luogo del cimitero. Verso la fine del secolo un fulmine atterrò quello che ne era rimasto. Oggi la chiesa di Torsoli è ancora ufficiata e di proprietà della Diocesi di Fiesole. La proprietà, oltre alla chiesa e a dei terreni intorno, dispone anche di un grande edificio, appoggiato a quello sacro, ancora perfettamente agibile, che viene usato per i campi estivi di giovani. Intorno alla Chiesa ci sono diverse abitazioni private, vecchie case contadine molto rimaneggiate. La dedicazione della chiesa è difficile in quanto i santi di nome Gaudenzio sono diversi. Crediamo però che, molte ragioni avvalorino la dedicazione ad un santo Gaudenzio antico vescovo aretino: l’antichità della chiesa; un Gaudenzio resse la Diocesi di Arezzo fra il 381 e il 382; una Passio medievale ne riporta il martirio sotto l’imperatore Valentiniano; durante il medioevo la chiesa aretina venerava questo vescovo insieme al suo diacono Culmazio e ne celebrava la festa il 19 Giugno; ai due santi era stata intestata in città una chiesa. Per tutte queste ragioni siamo portati ad affermare che il Santo Gaudenzio venerato a Torsoli sia l’antico vescovo di Arezzo. Come alternativa potremmo indicare Il santo eremita che ha dato il nome alla località di San Godenzo, castello di proprietà della famiglia dei Guidi fino al XIV secolo, cosa che può aver favorito la conoscenza del santo.

 

 

 

 

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