Il Chianti: un territorio bello ma complesso (terza parte)

Comunicazioni

Chi ha letto i precedenti articoli sui confini del Chianti pubblicati nei rispettivi numeri del nostro giornalino, sono convinto che si è fatto un’idea di come sia complessa la questione. Anche lo storico Emanuele Repetti, nel suo Dizionario degli anni ’30 e ’40 del XIX secolo, parlava del Chianti come “una vasta, montuosa, boschiva e agreste contrada, celebre per i suoi vini, per il saluberrimo clima e più celebre ancora per la sua posizione geografica, la quale può dirsi al centro della Toscana Granducale”. Però faceva notare che “niuno scrittore, né alcun dicastero governativo ha indicato finora quali fossero i limiti e l’estensione della provincia del Chianti”. Però il Repetti è nel giusto quando scrive di essere il Chianti in termini fisico-naturali “…il pernio di divisione fra due fiumi reali e fra due valli (bacini )maggiori della Toscana…” un’osservazione giusta, perché l’Arbia con il suo subaffluente Massellone si getta a sud est nel Ombrone appartenendo quindi al bacino imbrifero di questo fiume, mentre tutti i territori chiantigiani percorsi da gli altri fiumi (Pesa, Ema, Greve, Elsa) e relativi torrenti confluenti, sono tributari dell’Arno e inseriti nel bacino pluviale del grande fiume toscano. Per la complessità della questione, dovuta anche al fatto che il toponimo “Chianti” abbinato a messaggi pubblicitari di varie specie, ha il potere di coinvolgere tanti soggetti economici e quindi muovere grandi capitali di denaro in vari modi, mentre prima avevamo l’Alto Chianti e il Basso Chianti, oggi abbiamo legati al nome Chianti vari appellativi: Classico, Storico, Geografico, della Lega Chiantigiana, Senese e Fiorentino. Proprio per l’importanza economica del nome Chianti è bene far presente che solo nel 1972, non in virtù di una legge governativa ma di una legge regionale che non tenne in considerazione le rimostranze dei comuni confinanti, Greve ebbe il permesso di chiamarsi Greve in Chianti, questo creò scontenti e malumori che sfociarono in polemica politica.

L’unica certezza, come è stato già scritto nei precedenti articoli, è il confine della catena montuosa-collinare che fa da spartiacque naturale fra Chianti e Valdarno Superiore. A complicare le cose, a suo tempo, ci mise lo zampino anche Napoleone Bonaparte, il quale nell’ordinamento politico-amministrativo-giudiziario con cui divise la Toscana, creò il Dipartimento dell’Ombrone avente per capoluogo Siena al quale ammise i tre capoluoghi (Radda, Gaiole e Castellina) dell’antica Lega del Chianti, Greve rimase invece nel Dipartimento dell’Arno con capoluogo Firenze. Questo assetto amministrativo fu confermato poi con il ritorno dei Lorena in Toscana e divenne definitivo dopo l’unita nazionale con la nascita delle moderne provincie. Questa fu la causa per cui nel Chianti attuale abbiamo due provincie: Siena e Firenze. Non essendoci una volontà comune di risolvere il problema, oggi alcuni fanno riferimento per il territorio chiantigiano esclusivamente a quello dell’antica Lega del Chianti (solo prov. di Siena) , altri alla legge del 1932 che estendeva il Chianti ad alcuni comuni della provincia di Firenze, altri ancora al Chianti geografico-geologico, in effetti tutto ciò genera confusione perché da la sensazione che ci sia un Chianti vero e un Chianti inventato. E proprio sul Chianti vero e quello inventato esiste da anni una profonda discussione e diverse “scuole di pensiero” in netto contrasto fra loro. Nel dibattito del 15 Marzo 1997, svoltosi alla storica, bellissima Certosa di Pontignano, luogo famoso vicino a Siena ma fuori dal territorio chiantigiano e che ebbe per titolo “Identità del Chianti” fu menzionato anche Giorgio Vasari che dipinse lo “Ager Clanti ed oppida eius“ (il territorio del Chianti e i suoi castelli) nel salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze, raffigurandovi solo i castelli di Radda, Castellina e Brolio, ma non quello di Montefioralle di cui Greve ne fu il mercatale. Non solo, ma in quel convegno fu parlato di un area Chianti allargata ai comuni di Bucine nel Valdarno e di Montespertoli nei colli fiorentini in quanto l’allargamento sarebbe dovuto essere necessario perché gli otto comuni del “Classico” non raggiungevano il parametro demografico stabilito dalla UE per i suoi interventi di sostegno. In questo convegno di 22 anni fa, ai quali parteciparono i sindaci di Castellina, Gaiole, Radda, Greve, Castelnuovo-Berardenga, Barberino Val d’Elsa, San Casciano Val di Pesa e Tavarnelle Val di Pesa, ma non Poggibonsi in virtù del piccolissimo territorio inserito nel Chianti Classico, il dibattito fu accesissimo. Alcuni relatori di parte ritennero doveroso dichiarare che i sindaci di Radda, Castellina, Gaiole e Greve non sarebbero dovuti intervenire a quell’incontro e se dovevano incontrarsi per problemi del territorio chiantigiano, dovevano farlo fra loro alla Badia di Coltibuono o alla Pieve di Panzano. I

n quello stesso convegno fu posto il problema della conservazione ambientale dello stato attuale del territorio chiantigiano, in quanto la pressione demografica derivanti da aree para urbane inserite per legge, poteva portare scompensi in termini di traffico, rumore e inquinamento. Come scriveva nel 1997 Renzo Centri, un gaiolese doc e grande appassionato di storia e cultura chiantigiana, “quelle aree di produzione chiantigiana che si vorrebbero agganciare al territorio del Chianti sono proprio quelle sulla via di diventare (se non lo sono già, periferie cittadine, o sono percorse da una superstrada. La logica vorrebbe che fosse detto loro di starsene al di fuori, per carità, se no non si sa dove andrebbe a finire l’idilliaca immagine chiantigiana. Infatti il comune di San Casciano è entrato o entrerà nell’aria metropolitana fiorentina”. Nel 1970 fu creato in Italia l’ordinamento politico-amministrativo delle “Regioni” e la Regione Toscana cercò negli anni che vanno dal 1970 al 1980 di superare il grosso problema per l’area chiantigiana di essere compresa fra due provincie, quindi cercò di cambiare tale anacronistico assetto geografico- politico derivante addirittura dall’ordinamento napoleonico, con la creazione di circoscrizioni intercomunali, che erano organi amministrativi intermedi fra comune e provincia, che abbracciavano, amministrandoli, territori con caratteri e interessi comuni come quelli del Chianti. Il progetto delle circoscrizioni intercomunali però dopo pochi anni venne abbandonato. Vi sono ancora alcune prospettive in tal senso, perché una nuova legge urbanistica del 2014 e il piano di indirizzo territoriale (PIT) della Regione Toscana (approvato nel 2015), prevedono la creazione di nuove circoscrizioni intercomunali chiamati “Ambiti”, aventi funzioni amministrative sopra-comunali autonome di pianificazione urbanistico-territoriale. Tra i 20 Ambiti individuati e perimetrali alla scala regionale, ne esiste uno denominato “Chianti” che riunisce per intero sette dei comuni interessati dal Chianti Classico (il comune di Barberino Val d’Elsa nel frattempo si è fuso con quello di Tavarnelle Val di Pesa), include una piccola porzione del comune di Castelnuovo Berardenga, ed esclude totalmente il comune di Poggibonsi. Il problema dei confini del Chianti, problema annoso e spinoso, continua! Nel prossimo numero del nostro giornalino sezionale, si parlerà della etimologia del toponimo “Chianti”, problema che ha sollevato e tutt’ora solleva fra gli studiosi animate discussioni, non corpose come quella sui confini e soprattutto questa volta senza interesse finanziario, politico e di campanile (siamo toscani), ma veramente discussioni o punti di vista essenzialmente culturali. Inoltre in ogni numero di questo foglio sezionale, vi sarà sempre uno o più articoli inerenti alla storia, arte, tradizioni, cultura chiantigiana… perché il territorio del Chianti veramente merita la nostra attenzione. Fu per questo, conoscendo benissimo fin da giovane studente il territorio chiantigiano, che la prima escursione fatta dalla neo costituita Sottosezione Valdarno della Sezione CAI di Arezzo, il 25 Aprile 1987 (32 anni fa) partì dalla piazza di Greve in Chianti ed io ebbe l’onore, quel giorno, di dare il via con un vecchio fischio alla prima camminata, iniziando così “l’avventura del CAI Valdarno” che ancora continua con grande soddisfazione.

Vannetto Vannini.

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