Ville-Fattoria in Valdarno – UN SISTEMA ECONOMICO DA STUDIARE

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Sapete che la mostra ed il volume che la riassume e la valorizza sulle ville del Valdarno è inserita nel nostro progetto di attenzione al territorio. Secondo tempo di un disegno che prevede quattro tappe. Ricorderete la prima che è rappresentata dalla mostra e dal relativo volume delle 50 pievi chiese e badie del Valdarno Superiore. Mostra e relativo volume che ha avuto talmente successo che è stato in poco tempo esaurito e il nostro editore sta lavorando ad una prossima ristampa che prenderà anche la forma di una versione in lingua inglese che abbiamo realizzato con i ragazzi del liceo Benedetto Varchi. Nel nostro progetto tutto è legato dai percorsi trekking che abbiamo inserito nel sito della Sezione che sono gratuitamente a disposizione degli appassionati del camminare. Nei percorsi sono inseriti tutti i luoghi interessanti: chiese, ville, castelli che rendono gli stessi percorsi dei gioielli che raramente possono trovare eguali, talmente sono pieni delle bellezze che il Valdarno possiede. È stato il percorrerli che ci ha fatto venire queste idee. Non è nostra intenzione rubare il mestiere agli storici oppure divulgare una nuova teoria. Le schede che sono inserite nel sito e che corredano le fotografie nel volume, non presentano novità inedite, sono state curate però con attenzione, cercando di fare il punto, per ogni villa, di tutte quelle notizie che si possono reperire dalla lettura dei molteplici testi e documenti che parlano del Valdarno. Rivendichiamo però, con forza, l’idea di evidenziare questo patrimonio con una particolare dimensione: Noi lo vediamo nel suo complesso. L’abbiamo detto più di una volta: il Valdarno per noi è uno da Castiglion Fibocchi a Pelago, da Rignano a Pergine e nella sua completezza dovrebbe essere considerato e valorizzato. Ma veniamo alla mostra ed al volume che l’accompagna. Nello studiare e documentare le vicende della costruzione e della proprietà delle ville sono venuti alla superficie moltissimi motivi si interesse. Provo ad enumerarli in breve. È evidente, prima di tutto, che il periodo storico che va dalla seconda metà del ‘500 a tutto l’800 è stato poco studiato in generale in Toscana ed in Valdarno in particolare. Molti si sono soffermati a studiare il Medioevo e pochi considerano questa età successiva come interessante. Invece, dopo che nel territorio si è instaurata la “pax medicea”, si sono determinate delle condizioni che hanno favorito la formazione di importanti possedimenti immobiliari, vaste tenute agricolo-pastorali, addirittura feudi che, in entrambi i lati delle campagne che affiancano l’Arno, hanno visto da un lato l’investimento di notevoli capitali da parte delle famiglie mercantili fiorentine che acquisivano terreni e “case da padrone” nella valle e che si sostituivano, progressivamente, alla proprietà ecclesiastica; dall’altro aumentava l’impiego di sempre più numerosi lavoratori agricoli e famiglie in regime di mezzadria. Tutto ciò determinava un progressivo quanto notevole cambiamento sociale nel territorio valdarnese. Oggi è un giudizio diffuso la considerazione che questo regime conduttivo delle campagne sia stato sostanzialmente un regime di sfruttamento dei contadini, costretti spesso a indebitarsi colla proprietà e quindi legati oltre il dovere normale alla terra ed al padrone. Questo giudizio, pur contenendo delle verità, non fotografa completamente la realtà ed è influenzato dalla situazione e quindi dal giudizio determinatasi alla fine dell’800 e nella prima parte del ‘900. Il regime di mezzadria, nei circa cinquecento anni della sua vita non è stato sempre uguale. Su questo dovrebbe appuntarsi lo studio degli storici per determinare l’andamento reale delle condizioni economiche e sociali delle nostre campagne. A nostro avviso fino alla metà del 600 la mezzadria ha rappresentato un miglioramento della conduzione delle compagne e un miglioramento conseguente della vita dei lavoratori nei poderi, determinato da un aumento della produttività della terra. I mezzadri non erano nel punto più basso della piramide sociale. Al di sotto vi erano i pigionali che in genere erano braccianti. Contestualmente in questo periodo si aveva un maggior introito da parte dei proprietari che, in parte, veniva reimpiegato nel possedimento, determinando la costruzione, il miglioramento, l’ampliamento e la decorazione esterna ed interna delle Ville-Fattoria presenti. Si è poi avuta la crisi a cavallo del ‘700 che ha determinato le condizioni che hanno indotto i Granduchi della Toscana ad imporre una modifica sostanziale delle condizioni di vita dei contadini. È il periodo storico che ha tratteggiato Vannini nel suo saggio al termine del libro, parlando delle case leopoldine. L’ultima parte del ‘700 e la prima
dell’800 hanno quindi visto di nuovo un miglioramento nelle campagne, grazie all’impegno dei Granduchi che hanno coinvolto i proprietari, e le case contadine stanno a testimoniarlo. Tutto veniva vanificato però in seguito fino alla crisi del ‘900. Vannini parla di proprietà assenteista. È vero certo dal punto di vista della produzione, con la conduzione dei campi delegata ai fattori, ma vorrei far presente che al momento delle edificazioni e delle ristrutturazioni delle ville, che si sono succedute in quasi tutti i siti, la proprietà è tutt’altro che assenteista. Crediamo per concludere questo aspetto che sarebbe davvero interessante studiare questo andamento economico pluri-centenario mettendolo in relazione alle costruzioni delle ville-fattoria ed alla storia delle famiglie che le possedevano e le gestivano. Un sistema così diffuso di Ville-fattorie nel Valdarno, come viene evidenziato da questa mostra e da questo volume, richiede prepotentemente una attenzione storica che fino ad ora non è stata prestata. Le famiglie dicevamo. Questo è un altro aspetto che nello studio delle ville ci ha incuriosito e un po’ meravigliato. Per due aspetti: da un lato abbiamo notato come le famiglie proprietarie delle ville del nostro territorio siano tra le famiglie più importanti del Granducato (Pazzi, Rinuccini, Concini, Medici Tornaquinci, Mozzi, Feroni, Corboli, Serristori, Capponi, ecc); dall’altro che molte di esse, magari cambiando nome per motivi di successione, sono ancora presenti dopo molti secoli. Volete dei nomi? BudiniGattai, Bartolini Baldelli, Corsini, Frescobaldi, Pepi, Alamanni. e mi viene da pensare quanti libri si potrebbero scrivere dopo aver consultato e studiato gli archivi di queste famiglie come, in un passato recente, ci ha insegnato Giampaolo Trotta che in tre pregevoli libri, dopo aver spulciato tali archivi, ha tratteggiato le vicende e le proprietà di altrettanti parti del territorio valdarnese e verso il quale, per la nostra ricerca, anche noi siamo debitori. Un ultimo accenno verso il tema delle committenze che si sono sviluppate sia per la costruzione ed il disegno delle ville che per la decorazione esterna ed interna. Basti dire che la Villa di Poggiofrancoli, attribuita al Buontalenti, una delle prime ad essere costruite, è probabilmente il prototipo delle case leopoldine. Ad essa si è ispirato il Morozzi per costruire la casa dei contadini che poi ha preso quel nome. All’altro lato della sequenza temporale la villa Frisoni a Lupinari ci regala un gioiello dello stile liberty con la firma di Coppedè. Molti e valenti sono stati gli artisti che hanno decorato le varie ville, solo questo sarebbe un tema interessante da sviluppare. Vorremmo però mettere in evidenza anche il cambiamento di status sociale della committenza delle ville. Se tra ‘500 e ‘800 questa era dovuta ai capitali provenienti della “marcatura” praticata delle famiglie fiorentine, oppure dai proventi della terra derivanti dai possessi dei terreni, per le ville costruite tra la fine dell’’800 e l’inizio del ‘900 la committenza cambia, entrano in gioco la politica, con Frisoni a Lupinari e Occhini a Castiglion Fibocchi, ed in seguito anche il successo imprenditoriale con Masini per la villa di Montevarchi, con Martini per Migliarina, con i Pegna per Rimaggio. Per concludere vorrei quindi sottolineare come il nostro lavoro sia più un inizio che una conclusione. Abbiamo voluto indicare un patrimonio che mai in passato era stato riconosciuto, almeno in queste dimensioni. Ci aspettiamo che in qualche modo sia utilizzato e valorizzato. Non solo dagli Amministratori Locali ma anche da parte delle Proprietà in uno slancio che prenda atto di far parte di un sistema e che come sistema si debba procedere in futuro. Non fosse altro che per la gestione certo costosa di tali dimore. Abbiamo indicato possibili filoni di studio della realtà storica del nostro territorio che superino le età di mezzo come unica stagione di studi e saggi. Una decisa azione nei confronti di giovani ricercatori dovrebbe essere esercitata, magari attraverso l’Accademia che ringraziamo per l’ospitalità che ci sta offrendo. Vorrei qui ringraziare Matilde Paoli che mi ha revisionato con cura i testi ed i miei colleghi fotografi, li cito per nome: Mauro Amerighi, Massimo Anselmi, Maurizio Barlacchi, Francesco Granelli, Laila Pausa, Daniele Raspini, Elio Rossi, Paolo Rossi, Massimo Rosi, Silvio Scala. Sono stati molto bravi e le foto, sia quelle della mostra che quelle del volume lo stanno a dimostrare. In particolare vogliamo ringraziare Maurizio Barlacchi e Francesco Granelli che con particolare sensibilità e capacità hanno saputo valorizzare il lavoro di tutti gli altri, scegliendo particolari fotografici che illuminano il carattere di una villa, o decidendo tagli e scorci che le raccontano compiutamente. Un ringraziamento anche a Vannetto Vannini che in un bel saggio sulle case leopoldine ci ha ricordato l’altro aspetto della vita delle campagne, quello dei lavoratori, insieme ad un periodo molto importante della nostra storia. Come dice il Presidente nella sua presentazione “la storia del nostro popolo poggia anche nelle case più modeste dei contadini che oggi, ristrutturate e modificate nella loro funzione, ci appaiono così belle e piacevoli alla vista, da suscitare da un lato un po’ di invidia per i loro possessori e dall’altro un moto di orgoglio perché il nostro popolo ha saputo in passato infondere la bellezza anche nelle case del popolo minuto”. Concludo con una riflessione sulla storia citando un grande giornalista autore di molteplici libri: Corrado Augias. In una risposta ad un lettore ha detto: “Prendere coscienza del passato che abbiamo aiuta comunque ad avere una migliore idea di noi”. Ed io aggiungo: i nostri valori derivano dal passato e conoscendoli, conoscendo soprattutto come si sono formati, possiamo valutare coscientemente quali mantenere o quali modificare, nel confronto serrato, con altri modi di vivere e pensare che saremo sempre più obbligati a sostenere in futuro.

Lorenzo Bigi

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