Tradizioni della nostra montagna: Le veglie e i grilli del “focarale”

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La socializzazione fra la gente di montagna ha sempre avuto livelli e ritmi elevati perché l’ambiente disagiato, la solitudine, le vie di comunicazioni difficili, la solidarietà reciproca, il numero elevato di popolazione residente (nel versante del Monte Cocollo che sovrasta la via Setteponti, alla fine del secolo XIX vivevano più di 600 persone), portava a creare rapporti, riferimenti e contatti che rendevano trascurabili le tante difficoltà dovute al territorio e alla lontananza dai grandi centri abitati. È anche vero che la gente della nostra montagna era abbastanza diffidente degli abitanti del fondovalle; una diffidenza e quasi un complesso di inferiorità nei confronti delle persone che abitavano a quote basse e un po’ anche nei confronti di coloro che risiedevano nei paesi della cintura pedemontana della Setteponti. Per rendersene conto bastava recarsi a Loro Ciuffenna il lunedì, giorno di mercato, o a Castelfranco di Sopra la domenica mattina, dove fino agli anni ’60 del secolo scorso si teneva una specie di mercato e si contrattavano grosse partite di giaggiolo, legna da ardere, carbone e coccole di ginepro. I montagnoli si riconoscevano subito perché avevano un proprio modo di vestire e di camminare. Anche nel linguaggio erano un po’ diversi perché usavano ancora parole arcaiche e questo, soprattutto ai giovani, un po’ pesava, tanto che quando arrivava la cartolina di chiamata alle armi, per molti era quasi benvenuta, perché creava le condizioni per mettersi alla pari con gli altri giovani. Fra le varie consuetudini, “andare a veglia” nelle famiglie della zona, è quella rimasta più impressa nella memoria della gente. La veglia era chiamata dagli stessi montanari “la gioia dei poveri” ed aveva uno spazio significativo nella cultura contadino-montanara. Sembra che il nome veglia derivi dalla parola “velhar” del linguaggio delle popolazioni montane provenzali e occitane, che riprende il latino vigilare, rimanere svegli. Questo modo di stare insieme era comune sia in montagna che in alta collina e consisteva nel ritrovarsi dopo la cena in una casa per conversare, giocare, bere e svagarsi, mentre le donne della famiglia portavano avanti i lavori domestici. Andare a veglia era un’usanza tipica del periodo invernale, quando la cena veniva consumata molto presto, generalmente intorno alle 18-18.30. Le serate erano perciò molto lunghe e, ad esempio, nella zona del Monte Cocollo venivano affrontati lunghi tratti al buio e di notte, come da Odina a Vignale o Querceto. Chi andava a veglia da solo solitamente si portava dietro un robusto bastone, qualche volta anche il forcone, anche se l’utensile-arma più usato, soprattutto nel Pratomagno casentinese, era il maniolo a manico lungo o addirittura una normale accetta. In certe zone c’era una pianificazione delle veglie e questo programma veniva divulgato con un passaparola fra tutte le famiglie sparse nel contado. Nei borghi montani, uno dei punti di ritrovo più comuni erano i seccatoi (metati) durante il periodo di essiccazione delle castagne. Il periodo di essiccazione delle castagne durava circa 40-45 giorni e coincideva con la svinatura, per cui nei seccatoi si gustavano le castagne arrosto innaffiate dal vino nuovo, un vino di montagna un po’ aspro in cui, per tradizione, per renderlo meno aspro, si aggiungevano alla vinaccia in ebollizione, pezzi di giaggiolo secco e profumato (galle). A veglia si raccontavano tante cose, dal lavoro dei campi alle situazioni delle varie famiglie, alle storie di fantasmi. Non si parlava mai di politica, soprattutto nel secondo dopoguerra, soprattutto se non tutti i partecipanti erano dello “stesso colore”. Alle veglie poteva partecipare ed era considerato un onore, il parroco del paese, in questi casi si faceva molta attenzione a non moccolare inavvertitamente e a parlare con un linguaggio corretto. Alle veglie della zona di Oliveto è ricordata ancora con affetto la partecipazione di Don Pietro Morandini, parroco di Querceto, umile prete di campagna ma con una cultura classica smisurata. Famose erano le sue citazioni in latino, soprattutto di Ovidio e Seneca, che i suoi parrocchiani facevano finta di comprendere e sapevano ormai a memoria, arrotondando a proprio piacimento la desinenza latina. Si giocava anche a carte, si faceva il gioco dell’oca, della dama, ma soprattutto del filetto che è un gioco antichissimo e non necessita di nessun utensile. Le donne ricamavano preparandosi il corredo oppure rammendavano vestiti e calze. I bambini poi, ad una certa ora andavano a letto e allora le discussioni assumevano un tono da persone adulte, perché c’erano argomenti che non era bene fossero ascoltati dai piccoli; spesso si parlava di presunte apparizioni di persone decedute e di “paure”. Dopo la fine dell’ultima guerra, si evitava di parlare del passaggio del fronte e delle complicazioni sorte con la presenza dei repubblichini e dei partigiani, perché era stato un periodo molto difficile, da guerra civile, e tutti desideravano dimenticare prima possibile. Si parlava invece e con una certa enfasi dell’arrivo degli alleati, ricordando soprattutto la cioccolata, il caffè e le stecche di sigarette Luky Strike, tanto apprezzate e famose da essere considerate fino al 1960 l’immagine simbolo della sigaretta; ricordate erano anche le Camel e Chesterfield. Si parlava del periodo del servizio militare e chi era tornato dalla guerra raccontava le proprie vicende belliche, spesso comuni alle esperienze di tutti gli altri, ma questo succedeva solo se nessuno dei presenti aveva avuto un parente caduto al fronte (i giovani provenienti dai borghi del Pratomagno furono in gran parte arruolati nelle Divisioni Firenze, Venezia e Arezzo, operando in Grecia, Albania e Jugoslavia). Le veglie erano anche motivo di incontri fra ragazze e ragazzi, incontri che finivano sovente in fidanzamenti e poi in matrimoni. Erano considerate veglie anche i trattenimenti estivi nell’aia dopo cena, soprattutto in concomitanza di determinati lavori come la sfogliatura delle pannocchie di granturco o la mondatura del giaggiolo, però si trattava di veglie di breve durata, perché d’estate si andava a letto presto per alzarsi prestissimo e far fronte alle pesanti faccende del grano, del giaggiolo o di altri raccolti. Nelle veglie invernali non era difficile che uscisse fuori qualche organetto o addirittura un violino, per fare musica e dar luogo a qualche ballo. Ecco che allora appariva anche qualche fiasco di “vino dolce”. Nelle veglie invernali, una tradizione o credenza comune a tutta la nostra montagna, era riservata ai “grilli del focarale”. Il grillo che si trova sui muri, simile a quello dei campi ma di colore diverso, è sempre stato ritenuto una sorta di portafortuna per la famiglia, per questo motivo non doveva essere molestato o scacciato. Poiché il grillo ha un’esistenza sotterranea, si riteneva essere in contatto con la vita dell’aldilà, con i morti; si credeva addirittura che potesse essere l’incarnazione di un familiare defunto, per cui, d’inverno, i grilli che si scaldavano sulle pareti della cucina o sulla cappa del focolare, erano ben accetti e protetti.

 Un mondo arcaico, che aveva le proprie leggi e propri ritmi, un mondo povero in cui la ricerca della socializzazione, del buonumore e dell’allegria si riversava nel quotidiano, fatto di cose semplici e di valori universali quali la solidarietà, la famiglia, l’amicizia e un po’ di chiacchiere al calore del fuoco acceso nel camino.

                                                                                                      Vannetto Vannini

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