Montagne senza confini

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Se le Alpi potessero raccontare ciò che hanno visto nell’arco dei secoli, narrerebbero storie fantastiche di uomini comuni che, per conquistarle sia militarmente che sportivamente, hanno dato in genere il meglio di loro stessi.

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L’uomo le ha temute, amate, odiate, conquistate, fortificate, studiate e considerate un mezzo di divisione fra popoli e nazioni, un ostacolo che impediva la libera circolazione di uomini e mezzi, ma necessario per la difesa e la sicurezza nazionale.

Oggi il rapporto dell’uomo con le Alpi è sicuramente molto più riflessivo e benevolo, in quanto i confini sono caduti, e l’Europa Unita, pur con tutti i problemi e le questioni attuali, ha portato avanti l’idea di una unione di popoli che hanno nel cuore la voglia di vivere la vita e la montagna nel modo migliore possibile cancellando anacronistiche barriere di filo spinato e muri di cemento armato. Cattura1Un’ idea che permette di percorrere sentieri senza fine, incastonati in una natura che non ha eguali, sicuri di trovare sul proprio cammino strutture adatte ad accoglierli e non più le “rupi murate”attive o bunker che dir si voglia. Itinerari in cui, oltre alle motivazioni ambientali vi si trova un profondo significato culturale e storico come un lento,  lunghissimo tuffo in un passato lontano e recente carico di memorie che fa riflettere e meditare. A pensar bene, ce ne è voluto del tempo prima di arrivare alle condizioni attuali!

L’escursionista che percorre i sentieri delle Alpi Occidentali sul confine francese, soprattutto nella Valle Roja e nella Valle Stura, ma poi su, fino alla Valle Susa e oltre fino al Monte Bianco, si trova immerso e sovrastato da una miriade di strade militari, chiamate dai valligiani le “strade dei cannoni”, che dal fondovalle portano alle antiche fortezze sabaude e a fortificazioni recenti in posizioni dominanti, quasi completamente costruite dentro la roccia e mimetizzate benissimo con l’ambiente montano esterno, dotate di ricoveri per uomini e materiali e di estesi cunicoli sotterranei di collegamento. Nelle impervie pareti verticali, utilizzate come nuove mura medievali si osservano strette feritoie per artiglierie e armi pesanti, in grado di colpire creste e postazioni avversarie con potenza e precisione.

Gran parte di questo è storia recente tanto che, in Italia, all’inizio del 1931 fu emanato il primo documento ufficiale con le direttive per l’organizzazione difensiva permanente sulle Alpi al confine francese nell’ambito di un programma più vasto che prevedeva una linea fortificata alpina continua da Ventimiglia a Fiume. Iniziò allora un lento ma inesorabile programma di fortificazione per costruire il “Vallo Alpino Littorio” con un conseguente sconvolgimento di tutto il sistema stradale delle montagne che vennero ispezionate in ogni parte, costruendo nel settore occidentale nell’arco di 10 anni fino al 1941, centinaia di opere militari che, come scheletri o fantasmi di sentinelle abbandonate coronano ancora oggi vette e crinali, bersaglio privilegiato per i fulmini e raggiunti solo da escursionisti esperti e curiosi.

Più a nord, lungo il confine svizzero, centinaia e centinaia di bunker abbandonati, sono quanto resta della “Linea Cadorna”, linea difensiva dell’inizio secolo XX, che dalla Val d’Ossola arriva in Valtellina, coinvolgendo anche la Val Camonica come seconda linea. Queste fortificazioni, nate per difendere Milano, Brescia e la zona industriale padana, oggi, ripulite e riaperte in parte,  destano grande interesse ad un certo tipo di escursionisti che ne vanno alla ricerca per studio o per semplice curiosità potendo disporre, di questa linea, di guide accurate e libri.

Un po’ diversa la storia delle fortificazioni sui monti e nelle vallate altoatesine e friulane.Cattura2

Se i lavori iniziarono molto lentamente poco dopo il 1930, ebbero una forte accelerazione quando la Germania occupò l’Austria e la frontiera altoatesina e gran parte quella friulana vennero a diretto contatto con i territori del Reich.

Pur essendo alleato di quello tedesco, il governo italiano di allora non cessò, anche durante il periodo bellico, i lavori di fortificazione antitedesca che si protrassero fino alla fine del 1942 e terminarono solo in seguito ad una violenta protesta del governo germanico. Questa linea, ribattezzata dagli italiani “Linea non mi fido” era funzionante nell’estate 1943 e vigilata dagli alpini della Tridentina e della Cuneense, che qualche generale lungimirante vi aveva inviato per impedire l’eventuale ingresso dei tedeschi in Italia; se attivata, avrebbe ostacolato veramente l’occupazione germanica della nostra penisola; una occasione persa dal governo Badoglio che nel periodo 25 Luglio/8 Settembre fece passare le divisioni tedesche di occupazione, per non irritare e insospettire l’alleato/nemico germanico.

Sempre agli inizi del 1930, fu fortificato il confine con la Yugoslavia da Tarvisio a Fiume.

Alla sospensione dei lavori il Vallo Alpino Littorio si estendeva per 1850 km lungo tutto l’arco delle Alpi, ed era costituito da migliaia di casematte e bunker di ogni tipo e dimensione.

Nel 1949, con l’ingresso dell’Italia nel Patto Atlantico, la frontiera italiana divenne la frontiera atlantica e, in considerazione che i soldati sovietici erano in Austria (ci rimasero fino al 1956) fu riattivata la vecchia linea fortificata fino a Tarvisio e costruita una nuova da Tarviso a Trieste secondo il nuovo confine. Fu un lavoro enorme perché oltre la linea di confine modificata e potenziata secondo le moderne esigenze, furono fortificate tutte le vallate fino dopo Bolzano e nella pianura friulana, costruiti km e km di sbarramenti anticarro e piste di volo per aerei leggeri nelle montagne, anche oltre 2000 m di quota.

Per gestire queste fortificazioni furono creati nel 1963 gli “Alpini di Posizione o di Arresto” inquadrati in nove battaglioni. Con la frantumazione della Unione Sovietica e il nuovo assetto europeo, nel 1992 tutte le fortificazioni dallo Stelvio a Trieste, furono disarmate,  dismesse e sigillate con l’aiuto degli Alpini di Arresto dei battaglioni Val Tagliamento (Julia) e Val Brenta (Tridentina), battaglioni che poi furono sciolti.

Sono passati solo poco più vent’anni. Ora il muschio e l’erba ricoprono le cascate di calcestruzzo e i bunker hanno preso veramente la fisionomia delle rupi, integrandosi anche nel paesaggio e nell’ambiente.  Andata bene! Ne siamo tutti contenti, in primis gli Alpini insieme a tutti gli appassionati di montagna. Su quei monti, feriti e violentati dagli uomini, i fiori hanno assunto un colore diverso da quello di prima, più bello e più vivo e sono ritornati gli elfi, i nani e le principesse con le loro fiabe e le loro leggende. Da Ventimiglia parte la “Via Alpina”, un percorso di trekking che arriva a Trieste, toccando senza più problemi la Francia, la Svizzera, l’Austria e la Slovenia, una via che unisce i popoli, associa uomini che con più tranquillità e serenità possono volgere lo sguardo alle Alpi i quali ci donano, come hanno sempre fatto ciò che hanno di più bello: la loro natura e la loro filosofia, la quale ci insegna che “Dio ha creato le montagne, non per dividere, ma per attaccare insieme le valli e unire i popoli”.

 Vannetto Vannini

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