Le Gualchiere (Gualtiere): un antico opificio della nostra montagna

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A circa 600 m. di quota, lungo il sentiero CAI 19 che in questo punto corrisponde alla strada privata che seguendo l’andamento del torrente Resco porta a Gastra, c’è il podere Gualtiere.Targa Podere gualtiereIl nome Gualtiere, per confluenza o neutralizzazione di nessi consonantici,proviene da Gualchiere. Il nome Gualchiera/e deriva dal termine longobardo Walkan = rotolare, in questo caso molto probabilmente indicante una macchina che gira. Nella nostra zona, esattamente sotto la fattoria del Colombaio, vicino al Ciuffenna c’è il Molino delle Gualchiere. Il termine Gualchiere, l’ho riscontrato in altre parti della Toscana, molti in Casentino, ma anche nella zona di Montepulciano, a Prato, e soprattutto sono conosciute le storiche Gualchiere di Remole (oggi proprietà del comune di Firenze), una specie di castello con due torri lungo il corso dell’Arno fra Sieci e Compiobbi e che ha funzionato come molino fino al 1966; il complesso è visibile anche dal treno. Borro di CovigliaiaCon il passare del tempo, con il termine gualchiera si è indicato soprattutto non tanto il macchinario azionato a forza idraulica, ma piuttosto l’edificio che contiene il macchinario e di conseguenza anche il luogo dove si trova l’edificio, diventando il nome una sorta di toponimo. La gualchiera era una macchina molto antica, preindustriale, a forza idraulica che lavorava la lana (ma nel complesso del opificio in genere c’era anche sempre un molino) e quindi necessariamente doveva lavorare nelle vicinanze di un corso d’acqua con gora e bottaccio e in una zona dove la produzione della lana era notevole. Sembra che la prima gualchiera funzionante in Italia sia stata costruita nel 962 in Abruzzo e insieme al molino ad acqua ha contribuito a dar vita a quella che gli storici chiamano “la rivoluzione industriale “del Medioevo. Una ruota idraulica faceva ruotare su se stesso un albero a camme, le cui alette creavano un movimento alternato a due martelli. I martelli schiacciavano alternativamente e continuamente in un recipiente di legno di quercia, chiamato pila, il tessuto messo a bagno in una soluzione di acqua bollente, sapone, lisciva, urina fermentata che aveva prodotto urea e una argilla che era un silicato di alluminio idrato con proprietà sgrassanti. Questa operazione aveva una durata di due ore circa ed era chiamata sodatura o follatura ed agiva sulla struttura interna del tessuto in quanto provocava l’infeltrimento delle fibre, le quali si ritiravano serrandosi le une alle altre e rendendo la stoffa più compatta, morvida, resistente e in parte impermiabile. Alla fine dell’operazione, la pila veniva scaricata e il tessuto lavato con acqua fredda e strizzato. Quando, prima dell’anno mille, questa macchina non era stata inventata, l’operazione veniva effettuata dai”fulloni” ( in latino lavoratori di panni), i quali immersi in grosse tinozze di legno schiacciavano con i piedi e con legni il tessuto dentro il recipiente. Molto interessante è sapere il ciclo produttivo della lana, che dopo essere stata tosata in tarda primavera alle pecore, veniva imballata e portata alla bottega del lanaiolo. Qui veniva effettuata l’operazione di scegli tura, ossia raggruppata in diverse scelte qualitative in base alle differenti parti dell’animale dal quale era stata tosata. Seguiva poi l’operazione di lavatura, che normalmente avveniva lungo il fiume o torrente. Successivamente avveniva l’operazione di cardatura in modo da disporre le fibre in parallelo per potere effettuare la filatura e l’orditura.Il torrente RescoSeguiva poi la tessitura ottenendo un panno che subiva l’operazione di dizzeccolatura con la quale venivano tolte le imperfezioni più vistose. A questo punto entrava in funzione la macchina gualchiera per l’ operazione detta sodatura o follatura. Poi seguiva la tintura , effettuata con sostanze tintorie vegetali, poi l’operazione detta di garzatura mediante la quale, tramite spazzolatura, si tirava fuori il pelo ,cimatura con la quale venivano asportate eventuali fibre pelose più lunghe. Infine il tessuto ancora umido veniva steso all’aperto per l’asciugatura ai tiratoi ( a Firenze, lungo la riva dell’Arno, c’è Via del Tiratoio, ). Infine si procedeva alla pressatura e al confezionamento del prodotto. Per quanto riguarda il podere “Le Gualtiere” sulla strada di Gastra occorre fare alcune considerazioni. La posizione del luogo è ottima per lo sfruttamento idraulico di un opificio, in quanto con una opportuna gora poteva essere convogliata sul posto l’acqua del torrente Resco che anche d’ estate ha una portata idrica sufficiente , inoltre il luogo in questione è situato anche vicinissimo al Borro di Cavigliaia proveniente dal Monte Acuto ed affluente del Resco . La struttura muraria del podere, non è assolutamente l’edificio che conteneva l’opificio e il molino, in quanto l’attuale fabbricato , visto dalla strada, sembra di inizio secolo XX e qualche struttura anche dopo. Di certo, andando a verificare nel catasto lorenese del 1821, in quella data il podere “Le Gualtiere” non esisteva, mentre sono riportati i poderi La Fonte e Tiglieto, un po’ più alti sulle pendici del Poggio della Regina. Si presume allora che “Le Gualtiere” sia stato un termine che si è trasmesso a voce durante l’arco dei secoli, indicante una attività che c’era anticamente e che poi è sparita, pur conservando il nome che è passato ad indicare il luogo. Sarebbe interessante poter consultare il Catasto del 1427, per sapere se allora, in quel luogo, era indicata qualche struttura. Senz’altro la gualtiera c’è stata, e non è azzardato collegare l’attività di questo opificio con la presenza sulla vetta del Poggio della Regina ( che è sopra) del castello di Castiglion della Corte, dove da anni vengono fatte campagne di scavo dall’Università di Firenze. Poggio della ReginaSe fosse così, la gualtiera sarebbe stata attiva nel duecento/ trecento che sono stati i secoli che hanno visto la massima diffusione di questa macchina nel ciclo produttivo di lavorazione della lana. Questo esempio, ci da l’idea di come sia importante lo studio della toponomastica, per capire la storia del territorio su cui il CAI opera.

Foto e testo di Vannetto Vannini

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