Il Chianti, un territorio bello ma complesso (Seconda parte)

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I Confini Parlare dei confini del Chianti Classico, è come entrare in un campo minato, ad ogni passo si rischia di innescare un’esplosione, però è un problema che esiste. Importante è parlarne con un certo distacco, senza “istinti di campanile”, stando agganciati fortemente a quelli che sono i riferimenti storico- geografici di un territorio e soprattutto capire i motivi delle varie “scuole di pensiero”, anche se legate a tante opinioni vi sono forti interessi commerciali e finanziari. Attualmente nei confini del Chianti Classico, esteso per circa 70.000 ettari, è compreso tutto il territorio dei comuni di Gaiole in Chianti, Radda in Chianti, Castellina in Chianti e Greve in Chianti, porzioni di territorio del comune di San Casciano Val di Pesa, di Tavarnelle/Barberino, Castelnuovo Berardenga e una piccolissima parte del comune di Poggibonsi e una ancora più piccola del comune di Monteriggioni, questo in base ad una legge del 1932, chiamata da molti “decreto inganna popoli“. Un totale di 70.000 ettari in cui la parte più discussa è quella a confine con la provincia di Firenze e in modo molto minore nel tratto con la provincia di Siena che interessa il comune di Castelnuovo Berardenga, perché alcuni documenti storici giustificano l’appartenenza di quel piccolo territorio nel Chianti Classico. Da notare che durante i secoli passati, ma soprattutto nel Medioevo, per territorio chiantigiano si intendeva per di più la valle del torrente Massellone, torrente che nasce sotto Montegrossi e si getta nell’Arbia a Petrignano, alcuni km dopo il castello di Meleto.

Neanche aiuta per risolvere il problema l’antica cartografia, perché esiste un “vuoto cartografico” nei secoli che precedono la realizzazione della cartografia ufficiale ad opera dello stato italiano tramite l’Istituto Geografico Militare dopo la seconda metà dell’Ottocento. Anche dopo la caduta della Repubblica di Siena (1555-1559), quando il territorio senese fu inglobato nel Granducato di Toscana, il Chianti sicuramente venne considerato un territorio marginale, poco importante per la sua morfologia collinare, il suo carattere boscoso ed eminentemente agricolo, oltre che privo di vie importanti di comunicazione. Viene da pensare che per la posizione geografica defilata, tranquilla, per il suo assetto ambientale, economico e sociale basato sulla mezzadria, il Chianti non offrì che pochissime occasioni di lavoro ai cartografi, ma anche a tutti i validi professionisti in ingegneria, idraulica, architettura che servirono la Toscana medicea e poi lorenese. È vero che nei secoli XVI e XVII il territorio di Greve, Radda, Gaiole, Castellina e del comune di Castelnuovo Berardenga, zone che sono comprese nelle vallate e nei bacini dei fiumi Greve, Pesa e Arbia è stato interessato da una produzione di “cabrei”. I cabrei sono carte a grandissima scala i quali servivano per fini giuridici e gestionali ai patrimoni fondiari ed edilizi di alcune famiglie nobili, borghesi e di enti religiosi e ospedalieri, ma che dal punto di vista geografico e politico oggi valgono poco. Nel 1596, un geografo veronese, Leonida Pindemonte, che lavorava alla corte del granduca Ferdinando I dei Medici stampa una carta della Toscana in scala 1:140000, poi ne vengono stampate alcune da alcuni geografi che però non apportano nessun contributo per stabilire i confini del Chianti. Con l’avvento dei Lorena qualcosa cambia perché il granduca Pietro Leopoldo chiede carte topografiche aggiornate e precise, nel frattempo nell’anno 1772 viene istituita la “podesteria di Radda” (che ebbe fine nel 1838) costituita dalle tre comunità dell’antica “Lega del Chianti” (Radda, Gaiole, Castellina) che comprendeva anche i villaggi di San Gusmè e Villa a Sesta e il territorio costituente la Lega di Greve, ma non quello che interessava la Lega di Cintoja, Strada e Robbiana. Qualche anno dopo, Pietro Leopoldo abolisce le antiche Leghe che erano state la spina dorsale politico-militare del Chianti, per cui il territorio di Cintoja, Strada e val Robbiana passa nel comune di Greve e quindi nella podesteria di Radda. È un momento importante per il Chianti perché questo territorio geograficamente e amministrativamente si trova unito in una unica entità territoriale. Nel 1784 l’architetto Morozzi, autore fra l’altro del volume “Delle case dei contadini. Trattato architettonico”, riesce a pubblicare la Carta Geografica del Granducato di Toscana in scala 1/78.750; è una bellissima opera in cui l’orografia e la morfologia del territorio è resa molto evidente con la tecnica dell’ombreggiatura, ma è mancante dei confini interni delle zone del Granducato. Questa unità territoriale del Chianti fu rotta da Napoleone, che annesse la Toscana alla Francia per motivi più che altro sentimentali, perché la sua famiglia era di origine toscana, creando il compartimento senese al quale furono assegnate le Comunità di Gaiole, Radda e Castellina, e di quello fiorentino, al quale fu assegnata la comunità di Greve. Nel 1831 uno studioso scolopico fiorentino, Giovanni Inghirami, stampa la “Carta Geografica della Toscana” alla scala 1:200.000, è un documento prezioso per quanto riguarda gli insediamenti abitativi, le strade di comunicazione, ma non vi erano i confini delle comunità, comunque è la prima volta che fu applicato il nome Chianti (Monti del Chianti) alla dorsale montuosa che separa il Valdarno dal territorio chiantigiano. Nel 1832 fu stampato l’Atlante della Toscana dal medico/geografo/botanico/ cartografo Attilio Zuccagni Orlandini dove il territorio chiantigiano fu diviso fra Valdarno, Val d’Elsa e Valle Superiore dell’Ombrone. Con l’unità nazionale furono poi create le provincie e una parte del Chianti (Radda, Gaiole, Castellina) fu data a Siena, mentre Greve a Firenze; negli anni ’70 del secolo XIX il nuovo ente cartografico dello stato italiano, IGM di Firenze, inizia a comporre le nuove tavolette alla scala 1:25000. Il problema dei confini del Chianti prosegue e all’inizio del 1900, esce la “Carta Storica del Chianti” di Antonio Casabianca, professore nel Regio Liceo Ginnasio Danie di Firenze, la carta è compilata da Giuseppe Crivellati nel Maggio 1905 e fa riferimento scrupolosamente ai soli confini dei comuni di Radda, Gaiole e Castellina, lasciando fuori anche quella parte del territorio di Castelnuovo Berardenga , come Villa a Sesta, San Gusmè, San Felice in Pincis, Bossi che molti geografi avevano inserito nel territorio della Lega del Chianti. Questa carta, è una di quelle che da anni ormai, sono appese nella mia libreria. Storicamente la questione dei confini del Chianti è forse meno complessa che geograficamente, esiste un documento del Catalogo Vaticano delle Chiese del 1272, copia del più antico del 1160, in cui il territorio geografico e storico del Chianti diviso per “popoli” e “pievi” come allora si usava, comprende varie pievi, con le chiese suffraganee. Inoltre poi, in una grande carta, olio su tela, datata 3 novembre 1693, esistente presso la curia di Fiesole sono riportate, scritte a mano le Pievi e i popoli dipendenti del Chianti. Questa tela riporta le stesse pievi e popoli citate nel documento del 1272, che sono la Pieve di San Pietro a Sillano, di San Cresci a Monteficalle, di San Leolino a Panzano, di San Giusto in Salcio, di San Polo in Rosso, di Santa Maria a Spaltenna, di Santa Maria Novella, di San Pietro a Cintoia, di San Miniato a Robbiana. I “popoli” in origine, facevano capo alle rispettive parrocchie, ognuna delle quali era dedicata ad un santo protettore, e rispondeva direttamente al vescovo. Queste, con il passare del tempo, furono raggruppate nella nuova organizzazione delle pievi che andarono a comprendere i popoli tra essi più omogenei per territorio e tradizione, quindi il pievano fu il diretto corrispondente del vescovo quale suo rappresentante locale. (Continua nel prossimo numero).

Vannetto Vannini

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