I “Fuochi di San Giovanni”

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 I “fuochi di San Giovanni” e altri, nella tradizione popolare della nostra montagna.

Nel territorio  lungo la via dei Setteponti, soprattutto nella parte superiore che poi arriva al monte Cocollo  con tutta la dorsale  divisoria fra il comune di Loro Ciuffenna e  quello di Castelfranco/Piandiscò,  fino a meta anni ‘ 50 del secolo scorso, vigeva la tradizione di accendere grandi falò la sera antecedente alcune feste religiose e altre di origine chiaramente pagana.  Questa consuetudine, la cui  origine si perde nella notte dei tempi, non era solo locale ma interessava un po’ tutta la Toscana e anche altre regioni. Tutti, adulti e adolescenti, percepivamo  che quelle fiamme, le quali  squarciavano l’oscurità dovevano portarsi dietro un significato  mitico-rituale che  per noi era remoto,  impossibile  a capire e che  andava al di la di quello che poteva essere il povero, semplice divertimento condiviso con altri   davanti a delle belle saettanti  lingue di fuoco.

 Questa tradizione era perfettamente in linea con il tipo di società di allora   che aveva stretti legami con il lavoro agricolo, la stagionalità, il culto dei morti,una grande attenzione ai  cicli cosmici, società agricola  che appena ha allentato e rotto questi legami ha perso tutte queste antichissime tradizioni. Il fuoco può essere considerato lo spettacolo più vecchio del mondo, gli uomini primitivi lo adoravano, e, dalla preistoria ai nostri giorni, il suo fascino non è certo diminuito: chiunque sia stato davanti ad un cammino acceso sa bene che è possibile rimanervi per ore e ore, come ipnotizzati, con gli occhi lucidi, anche senza dire niente ( nell’antica Roma fare la vestale, a parte la castità, non doveva essere un’occupazione poi tanto noiosa). Probabilmente   non è tanto errato pensare che proprio da questa antica consuetudine possa derivare  l’usanza  dei fuochi d’artificio  che si fanno scoppiare nell’aria per solennizzare una festa, sia civile che religiosa.

L’accensione dei falò  la sera antecedente di una festa importante  può significare tante altre cose, sappiamo benissimo che  i popoli antichi accendevano i falò per richiamare il sole la notte prima di San Giovanni (24 Giugno), in quanto da quella data il sole comincia a declinare diminuendo il periodo di illuminazione  sulla terra, ricordo perfettamente che i “fuochi di San Giovanni” erano dalla gente fra quelli  più seguiti e più belli. A noi adolescenti di allora era oscuro tutto il significato che i popoli antichi davano al solstizio d’estate, per noi quella notte  si festeggiava   San Giovanni che sapevamo essere stato un “Santo” importante, fra l’altro   patrono di San Giovanni Valdarno e di Terranuova Bracciolini. Però quella notte, antecedente al 24 Giugno, era chiamata anche la “notte delle streghe”, e allora noi ragazzi partecipavamo ai fuochi muniti di campanacci, campanelli , taniche di lamiera che venivano percosse con un grosso manico di legno facendo un rumore infernale, ogni gruppo cercava di fare più frastuono possibile anche con l’uso  della raganella, quell’attrezzo diabolico  che sostituiva le campane il venerdi e il sabato santo  e che veniva richiesto al parroco del paese, che noi tutti chiamavamo il “So’ Priore” . I motivi del gran baccano fatto al fuoco di San Giovanni era per impaurire le streghe  in modo da tenerle lontano dalle abitazioni e contemporaneamente  ostacolarle nella loro raccolta di erbe  che poi servivano alle stesse per fare unguenti e pozioni malefiche.  Particolare  considerazione  avevano anche  i fuochi per le feste riguardanti la Madonna, soprattutto l’Assunzione (15 Agosto), ma anche l’Immacolata (8 Dicembre), la festa dell’Annunciazione (25 Marzo),  il Natale e la fine dell’anno. A  Persignano-Malva era molto sentita anche la festa di Sant’Antonio Abate, patrono del paese, le cui immagini si trovavano dentro e fuori    le stalle dei contadini e dove si pensava che nella  notte di quella festività, dopo mezzanotte, le  bestie potessero parlare predicendo il futuro, ma che avrebbe “portato male” stare ad ascoltarle.

Il versante sud del monte Cocollo, sia nella zona collinare appena sopra a Malva che in quella più montana è stato  sempre molto abitato fino agli ultimi decenni del secolo scorso, tante case rurali sparse e numerosi insediamenti più grandi come  Casarotta, Vignale, Odina, Querceto e  Oliveto , tutti bel visibili da Malva , per cui il versante si riempiva di falò, uno per colonica isolata  e anche più di uno per  insediamento , falò  accesi  dai contadini  che facevano a gara  per avere il fuoco più bello e duraturo. Questo succedeva quando la celebrazione per cui si accendevano i fuochi  era comune, quando invece  si celebrava il santo protettore di un paese, i falò erano settoriali e relativi solo al territorio di  quella parrocchia.

La legna fine, soprattutto erica, potature degli olivi ,sarmenti delle viti e ginestre  le cercavamo noi ragazzi, mettendola da  parte  molto tempo prima o  cercandola in un bosco vicino sopra le Balze chiamato “Bosco Grande”,  che si diceva “non era di nessuno”  e gran parte della  popolazione del paese vi andava a fare la legna grossa. Il Bosco Grande, riportato anche con questo nome nel catasto dei Lorena del 1821, aveva un proprietario che era la fattoria di Piantravigne, ma nel mezzo  fra la proprietà e il bosco c’erano le Balze che rendevano pericoloso  il passaggio .

 L’accensione non avveniva mai dopo le ore 9 di sera  e il posto dove la piccola catasta  veniva incendiata era sempre un luogo panoramico  con larga veduta , dove oltre che far ammirare  la potenza  del nostro fuoco si poteva osservare la portata e l’evoluzione dei fuochi sulla montagna e al piano, dove però per mancanza di legna fine, i fuochi erano molto ridotti come grandezza e durata. Già dal  comportamento della fiamma qualcuno era capace di intuire se sarebbero arrivate fortune o sfortune, sole o maltempo,  arrivi  in paese di estranei o partenze e anche gli avanzi delle combustioni assumevano poi  valenze simbolico – terapeutico. Era difficile che durante la notte dei falò ci fossero danze, canti o salcicce alla brace, nemmeno grandi bevute perché girava solo qualche fiasco di buon vino e di vino dolce; ricordo che  tranne qualche giovanotto fortemente deluso in amore, nessuno si è mai ubriacato.  Mentre la legna bruciava, soprattutto nei fuochi di San Giovanni era costume fra i giovani attraversare con dei salti le fiamme, qui vi era tutto un rituale che sicuramente proveniva dalla religione pagana e anche una interpretazione che le  persone anziane sapevano dare  in base a come era avvenuto il salto, salti che si dividevano in due categorie: salti individuali e quelli eseguiti in coppia. Si saltava fra le fiamme per guarire il mal di schiena, per migliorare la vista e per aumentare la virilità, più alto e regolare  era il salto più diventava propiziatorio. Le ragazze lo facevano tre volte  avanti e indietro per trovare marito, e se già sposate  ma senza prole, per avere figli. Il salto del falò in coppia era riservato ai”fidanzati in casa” ed era quello  più divertente ma bisognava conoscerne le regole bene insieme ai significati e alle conseguenze.  Dovevamo saperlo leggere come ci avevano insegnato  un tempo le nostre  nonne e se ben ricordo nel caso della coppia di fidanzati la tradizione era che  una volta sposati “portava i pantaloni” chi  dei due staccava prima, cioè che iniziava il salto più lontano dalle fiamme, invece  si diceva che il  primo dei due  che lascerà  questo mondo sarà la persona che per primo toccherà terra superate le fiamme. Invece un salto simultaneo  in perfetto sincronismo  era sinonimo di vita coniugale felice, mentre un salto  irregolare con conseguente sbandamento era sinonimo di un lungo dolore nella vita coniugale, mentre se la ragazza aveva la gonna  incendiata   si  doveva dare una “svegliatina ” dal punto di vista sessuale.

 Normalmente i fuochi accesi duravano alcune ore, poi lentamente si spengevano e tornava l’oscurità. Si restava per qualche ora, come ammaliati a guardare gli ultimi tizzoni che si consumavano e la loro lotta contro le ombre che avanzavano dal terreno e dagli alberi circostanti, ma poi prima di mezzanotte, che a quel tempo era considerata un’ora tardissima, il fuoco terminava e rimaneva un gran mucchio di brace. Il giorno dopo, il carbone e la cenere  residui della combustione, soprattutto nei falò di San Giovanni e in quelli di Sant’Antonio Abate, erano prelevati e messi in  contenitori metallici (nel secondo dopo guerra erano molto usati i contenitori delle cassette di munizioni rimaste in loco durante il passaggio del fronte bellico) e  impiegati  in pratiche terapeutiche  di carattere veterinario. Vi era la tradizione di dare alle bestie il carbone macinato di quei tizzoni  insieme ad acqua e farina per facilitare il parto,  creare con acqua tiepida e cenere una specie di collirio  contro la congiuntivite dei bovini, liquefare lo strutto con l’aggiunta poi di cenere  per fare un unguento per  guarire lo  zoccolo malato della bestia.

Un mondo particolare, arcaico, che attingeva la propria origine dal  profondo dei secoli e dove si mescolava  il sacro con il profano, un mondo però che allora aveva  una propria ragione di esistere e che terminò insieme al valore e al significato dei riti quando la società, fortemente contadina e legata alla terra,  dovette cedere il posto alla civiltà  dei consumi che fu il preludio negli anni ’60 del secolo scorso dell’attuale civiltà.

                                                                                                                                                 Vannetto Vannini

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