Balze, fossili e…..Leonardo

le balze del valdarno

Fossili: testimoni del tempo e di mondi perduti.

Il termine deriva dal latino foedére che significa “scavare”. La storia, piuttosto travagliata e ricca di colpi di scena del pianeta Terra, si è snodata attraverso una serie di “periodi” geologici ognuno dei quali è stato contraddistinto da particolari specie di piante e di animali. Singolari condizioni geologiche possono permettere ad alcuni resti organici di conservarsi nelle pieghe della Terra e diventare dei fossili, ovvero preziose testimonianze che raccontano e descrivono le trasformazioni che la vita ha subito nel tempo.
La disciplina scientifica che si occupa dello studio dei fossili è la paleontologia. Tuttavia si dovrà aspettare la fine del 1700 e soprattutto il XIX secolo per iniziare a capire il vero senso dei resti fossili. Da un lato fu necessario comprendere che la storia della Terra si era articolata attraverso milioni e milioni di anni, e dall’altro che era stata interessata da numerose trasformazioni. Quest’ ultime furono consacrate in via definitiva dalla pubblicazione dell’Origine delle specie (1859) di C. R. Darwin. Fino a quel momento dominava l’idea di Aristotele (384-322 a.C.) della genesi inorganica ovvero dell’esistenza di una “forza naturale” capace di generare le diverse forme viventi direttamente dal mondo inorganico. In questa prospettiva i fossili contenti nelle rocce altro non erano che tentativi falliti della misteriosa forza generatrice. Un esempio era fornito dai numerosi denti di squalo che venivano interpretati come lingue pietrificate di serpenti cadute dal cielo nel corso delle eclissi di Luna. Saranno necessari gli esperimenti e le osservazioni del medico naturalista e letterato Francesco Redi (1626–1698) e del gesuita Lazzaro Spallanzani (1729 – 1799), di fatto fondatori della biologia moderna, per mettere in discussione e in crisi l’idea aristotelica della generazione spontanea.
Tuttavia già alcuni secoli prima, quel genio di Leonardo da Vinci (1452-1519) aveva intuito, tra uno studio sul volo degli uccelli e uno in merito ai colori da usare per la Gioconda, che i contenuti delle rocce non potevano essere dei semplici tentativi falliti della generazione spontanea come dimostrano le parole che seguono:
“Del diluvio e de’ nichi marini. – Se tu dirai che li nichi, che per li confini d’Italia, lontano da li mari, in tanta altezza si vegghino alli nostri tempi, sia stato per causa del diluvio che lì li lasciò, io ti rispondo, io ti rispondo che credendo tu che tal diluvio superasi il più alto 7 cubiti, – come scrisse chi ‘l misurò – tali nichi, che sempre stanno vicini a’ liti del mare, dovean stare sopra tali montagne, e non sì poco sopra la radice de’ monti, per tutto a una medesima altezza, a suoli a suoli…”
A questo punto è essenziale ricordare che per conservarsi nelle pieghe della terra, i resti organici devono subire un completo processo di “fossilizzazione” che prevede, tra gli altri fattori, il loro rapido seppellimento in modo da sottrarli alla disgregazione causata sia da agenti meccanici sia da quelli biologici. Da questo momento, diventano essenziali gli scambi chimici tra le sostanze inorganiche circolanti nei sedimenti e quelle organiche proprie delle spoglie del vivente: è così che inizia la storia del futuro fossile. Nei tempi geologici che seguono alla genesi del fossile, l’erosione dei sedimenti a carico soprattutto dell’acqua può far riemergere le preziose testimonianze della vita passata. Le aree ricche delle preziose testimonianze che raccontano di mondi perduti sono definite “giacimenti fossiliferi” i quali vengono ulteriormente esplorati e conosciuti tramite scavi sistematici. Tutto questo è avvenuto proprio nel Valdarno superiore, un’area sedimentaria della Toscana nella quale i processi prima descritti hanno favorito la conservazione di numerosi resti fossili il cui recupero è iniziato fin dal lontano 1700.
Tra i testimoni dell’imponente accumulo e successiva erosione dei sedimenti valdarnesi, sono da citare le Balze. Il termine, popolare, indica imponenti successioni di strati di sabbie, argille e conglomerati che in alcuni casi possono superare i 100 metri di altezza. Si tratta di depositi accumulati nelle valli percorse e “disegnate” dall’incessante scorrere delle acque di antichi fiumi. Tali strutture, interrotte da gole ed incisioni causate dall’erosione idraulica, rendono il Valdarno superiore un paesaggio singolare e, nel suo genere, unico.
Tuttavia è necessario ricordare come strutture simili siano presenti in altre aree della Toscana e, più in generale, dell’Italia. Non solo le Balze svelano alcuni aspetti del continuo divenire degli ambienti che le hanno generate, ma come dei preziosi scrigni possono conservare le tracce della vita passata. In particolare esse hanno restituito i resti delle differenti specie di vertebrati che abitarono gli antichi ambienti valdarnesi. In particolare, i resti fossili rinvenuti all’interno degli spessori delle Balze sono piuttosto scarsi mentre una gran quantità sono stati recuperati alla loro base. Questo perché le condizioni di trasporto, di sedimentazione e conservazione hanno favorito la protezione dei resti organici alla base piuttosto che all’interno degli spessori sedimentari. I numerosi resti fossili recuperati e restaurati sono conservati ed esposti in alcuni musei di scienze naturali sparsi per l’intera Europa. Tuttavia, la maggior parte di essi è conservata nel Museo di Geologia e Paleontologia di Firenze e nel Museo Paleontologico dell’Accademia Valdarnese del Poggio.
Le Balze, tuttavia, non conservano solo pagine significative della storia naturale del Valdarno, ma sono state elementi essenziali nel costruire la cultura e le coscienze dei popoli che hanno abitato il Valdarno stesso fino dai tempi storici. In questa prospettiva la loro conservazione appare essenziale e prioritaria nel quadro di una corretta gestione delle risorse naturali dell’intero territorio. Questo vorrebbe dire offrire delle opportunità per recuperare una conoscenza capace di generare un rinnovato e responsabile legame con la natura, in particolare con quei paesaggi nei quali siamo completamente immersi. 

Diventare “custodi consapevoli” delle bellezze naturali, appare oggi una inderogabile sfida lanciata nei confronti dell’immediato futuro.

             Le Balze “raccontano” un capitolo (il secondo!) della storia naturale del Valdarno 

Il bacino del Valdarno superiore si estende a SE di Firenze e assomiglia ad una conca che si   sviluppa in direzione NO-SE, lunga circa 35 km e larga 15 nella zona più ampia. È compresa fra il Pratomagno, a NE, ed i Monti del Chianti, a SO. La conca contiene più di 550 m di sedimenti Plio-Pleistocenici (da ~ 3 a ~ 0,2 milioni di anni) di origine fluviale, palustre e lacustre.

Sono riconoscibili tre distinte fasi di riempimento: Pliocene medio-superiore (~ 3 milioni di anni), Pliocene finale-Pleistocene inferiore (da 2.6 milioni di anni fa), tardo Pleistocene medio (da ~0,3 a ~ 0,2 milioni di anni). I sedimenti della prima fase sono inizialmente fluviali. Seguono poi depositi palustri e finalmente lacustri.

I depositi più antichi, che attualmente affiorano in sinistra d’Arno, nell’area di Castelnuovo dei Sabbioni, Gaville e della centrale ENEL di Santa Barbara, hanno restituito resti di mastodonti (Anancus arvernensis, Zygolophodon borsoni), tapiri (Tapirus arvernensis), rinoceronti (Stephanorhinus jeanvireti), bovidi (Leptobos stenometopon) e orsi neri primitivi (Ursus minimus) oltre che di tinca (Tinca sp., Tinca vulgaris), insieme ad abbondanti resti vegetali, perlopiù trasformati in lignite. L’indicazione ambientale che se ne ricava dal mosaico delle specie vegetali e animali identificate, è quella di una foresta caldo-umida di tipo subtropicale, dominata da una lussureggiante vegetazione.  In questa fase, il bacino del Valdarno era piuttosto piccolo ma il lago che vi si formò giunse ad oltre 100 m di profondità.

Dopo questa fase abbiamo indicazione, a livello mondiale, di un grande evento glaciale, che si verificò circa 2.6 milioni di anni fa. Dopo tale circostanza, il clima cominciò ad essere caratterizzato da alternanze glaciali ed interglaciali con periodicità di circa 41.000 anni. Questo causò inizialmente un deciso abbassamento della temperatura e successivamente un progressivo inaridimento, soprattutto avvertito durante le fasi fredde. Le foreste caldo-umide furono ben presto sostituite da una vegetazione di ambiente temperato fresco durante le fasi interglaciali e da steppe durante quelle glaciali. L’ambiente si trasformò in una savana erbosa talora interrotta da essenze arboree. In coincidenza a ciò, l’area del Valdarno superiore fu interessata da grandi fenomeni tettonici che determinarono la formazione del bacino nell’estensione che vediamo oggi. Il paleo-Arno, in questo tempo, scorreva verso SSE e cioè in senso contrario a come lo vediamo scorrere oggi. E’ in questa fase che inizia la storia delle Balze come preziosi testimoni della seconda fase del Valdarno superiore.

I depositi del Pliocene finale-Pleistocene inferiore ci restituiscono resti di una fauna molto più varia della fase di riempimento precedente. Scimmie (Macaca sylvana florentina), elefanti FOTO (Mammuthus meridionalis), rinoceronti (Stephanorhinus etruscus), equidi zerbini (Equus stenonis, Equus stehlini), ippopotami (Hippopotamus antiquus), suini (Sus strozzii) imparentati con i suini verrucosi attualmente distribuiti nel sudest asiatico, bovidi di vario tipo (Gallogoral meneghinii, Praeovibos sp., Procamptoceras brivatense) ed altri in qualche modo simili eco-etologicamente allo gnù attuale, e forse al bufalo cafro,  (Leptobos etruscus, Leptobos vallisarni, Leptobos merlai-furtivus), cervidi di varia taglia (Eucladoceros dicranios/ctenoides, Pseudodama nestii), orsi (Ursus etruscus), canidi simili all’odierno lupo FOTO (Canis etruscus), al coyote (Canis arnensis) e al licaone (Lycaon falconeri), pantere (Panthera gombaszoegensis), “tigri” dai denti a sciabola FOTO (Megantereon cultridens, Homotherium crenatidens), linci (Lynx issiodorensis), gatti selvatici (Felis sylvestris), ghepardi giganti (Acinonyx pardinensis), iene giganti (Chasmaportetes lunensis, Pachycrocuta brevirostris), mustelidi (Pannonictis nesti, Meles sp.), leporidi (Lepus valdarnensis), castori  (Castor plicidens), istrici (Hystrix etrusca) e roditori (Mimomys pliocaenicus) sono i componenti faunistici di questo intervallo.

Terminata questa fase, circa 1 milione di anni fa, si affermò un nuovo intenso evento glaciale. La periodicità di alternanza glaciale/interglaciale si allungò ai 100.000 anni determinando una intensa continentalizzazione delle condizioni ambientali. Questo causò la scomparsa di molte delle faune della seconda fase ed il loro rimpiazzo da parte di nuove specie di provenienza sia asiatica che africana.

Eventi tettonici causarono sprofondamenti nella zona di Incisa/Rignano che determinarono un’inversione del corso del fiume. Iniziò così la terza fase di riempimento, che infatti è caratterizzata da depositi prettamente fluviali. Nei depositi di questo intervallo sono stati rinvenuti resti di nuovi elefanti (Mammuthus primigenius, Elephas (Palaeoloxodon) antiquus), di rinoceronti (Stephanorhinus spp.), cavalli (Equus bressanus-süssenbornensis), cinghiali (Sus scrofa), dell’uro (Bos primigenius), di bisonti (Bison sp.), cervi giganti (Praemegaceros verticornis?), caprioli (Capreolus capreolus), cervi rossi (Cervus elaphus), daini (Dama sp.), orsi (Ursus arctos), lupi (Canis lupus), iene (Crocuta crocuta), castori (Castor fiber). È recente la scoperta, in sedimenti della terza fase, e precisamente nella zona di Bucine, di parti di uno scheletro di un Elephas (Palaeoloxodon) antiquus femmina associate a selci parzialmente inglobate in pece di betulla, un materiale utilizzato come adesivo per attaccare questi strumenti a manici di legno. Si tratta dei manufatti litici immanicati più antichi al mondo.

Un primato straordinario che rende ancora più ricca e affascinante la storia nascosta e poi raccontata dai depositi del Valdarno superiore.

Marco Rustioni, curatore scientifico Museo Paleontologico dell’Accademia Valdarnese del Poggio

Per saperne di più visitate il Museo Paleontologico di Montevarchi: http://www.museopaleontologicomontevarchi.it/

 

 

 

 

 

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